LA PACE, DONO DEL NATALE

Se il dono della Pasqua è la gioia, il dono del Natale è la pace. L’uno è la condizione dell’altro. Non può esserci, infatti, gioia senza pace.
In che cosa consiste la pace? Perché è il dono del Natale? La pace è il dono del Natale perché il Natale è la riconciliazione di Dio con gli uomini, nella carne di suo Figlio. «Egli è la nostra pace. E dei due popoli ne ha fatto uno solo» (cfr. Ef 2, 14). Il fondamento della pace è dunque l’opera di Dio, la riconciliazione con tutta l’umanità che egli ha realizzato nella carne del figlio.
Tutto ciò permette a ciascuno di noi di riconoscere il proprio posto dentro la storia del mondo e di Dio. E questo è, propriamente, la pace. Il riconoscimento del posto in cui Dio ci ha voluti, ci ha pensati, ci ha collocati, talvolta è semplice, talaltra è difficile; talvolta è luminoso, talaltra è tormentato. Scrive Paul Claudel ne L’Annuncio a Maria: «La pace, chi la conosce, di gioia e di dolore si compone». Noi dobbiamo riconoscere questo, con la consapevolezza che la pace è il bene sommo e ad esso perciò tutto va sacrificato, tanto che, appunto, il nome di Cristo è pace perché in lui la pace è stata resa possibile.
Senza pace non vi è costruzione nella vita. Sarebbe come pretendere di edificare una casa, senza prima pensare alle fondamenta. Proprio sulle fondamenta della pace si erge la possibilità di costruttività nella nostra vita. Se uno pensasse di lanciarsi verso il futuro, senza poggiare sul presente, la sua vita ne verrebbe annientata. Il suo tentativo si rivelerebbe vano e, anzi, distruttivo. Questo è vero anche per la missione. Che cosa sarebbe dello sforzo di missionari come Pepe, Markus e Giovanni, di cui leggiamo in questo numero di Fraternità e Missione, senza la certezza del proprio fondamento? Dobbiamo pertanto invocare dallo Spirito di Dio questo dono, che coincide col dono della fede, poiché la grazia della fede è proprio questa: il riconoscimento dell’opera di Dio nel mondo e del nostro posto in tale opera.
La pace è un dono coraggioso. Esige e crea uomini coraggiosi perché, senza coraggio, non è possibile riconoscere il proprio posto, quello autentico, reale, non quello sognato, vagheggiato. Quando medito sul coraggio, penso spesso ai miei fratelli in missione. Troviamo in queste pagine, per esempio, il quotidiano coraggio che nutre la missione di Vincent Nagle (è uscito, tra l’altro, un cortometraggio che parla di lui), missionario in Terra Santa, al cuore della nostra storia. Ma troviamo anche il coraggio delle suore della Trappa di Vitorchiano. Ho accompagnato recentemente i seminaristi in una visita al monastero nell’alto Lazio (potete leggere un sunto del nostro incontro): mi colpisce sempre la certezza delle suore di servire la Chiesa intera nel loro silenzio nascosto.
La pace crea uomini forti e saldi, poiché, quando si è riconosciuto il vero fondamento della vita, allora si può tutto. «Omnia possum in eo qui me confortat», «Tutto posso in Colui che è la mia forza» (Fil 4, 13).
Quel bene che sta alla base di tutta la costruzione della nostra vita, che sta alla base della Chiesa, all’inizio della sua storia, è dunque il bene sommo, che tutti noi, soprattutto nel Natale del Signore, siamo invitati a chiedere con perseveranza. Siamo anche invitati a riconoscere con semplicità che tale dono, in realtà, ci è già stato dato. Si tratta perciò di riconoscerlo con verità e di alimentarlo. Si tratta di costruire su di esso ogni altra speranza della nostra esistenza.

Massimo Camisasca
Fraternità Sacerdotale S. Carlo Borromeo

 

 

 

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