IL DONO DELLA RESURREZIONE
Alle soglie della Pasqua Gesù risuscita Lazzaro. Quel gesto spiega tutta la portata rivoluzionaria dell’annuncio che ancora oggi risuona nel mondo: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà» (cfr. Gv 11, 25). La morte, dunque, non è tolta, ma è vinta.
Dopo sua madre e Giuseppe, Gesù non aveva nulla di più caro dei fratelli Maria, Marta e Lazzaro. Forse solo Giovanni aveva in lui lo stesso posto che avevano loro. Non è dunque senza significato il fatto che Gesù scelga di resuscitare proprio Lazzaro. L’amico, il più caro amico. La vita sgorga dall’amicizia, è ultimamente amicizia. Ed essa in Gesù nasceva dalla sua passione per gli uomini. Giovanni nel suo Vangelo descrive così la reazione di Gesù di fronte alla morte dell’amico: «Si commosse profondamente, poi pianse» (Gv 11,38).
La commozione di Gesù e la resurrezione di Lazzaro sono per ognuno di noi il segno che la vita non finisce. Anche se siamo chiamati a passare attraverso le prove della malattia e della morte, esse non sono definitive: l’ultima parola è la vita che lui ha portato.
Lazzaro è risuscitato per poi morire ancora. Cristo invece risorge per non morire più. La resurrezione di Lazzaro, in realtà, è solo una prefigurazione di quella di Cristo. È un’anticipazione, come un dono pregustato. Attraverso di essa Cristo ci vuol far capire che il dono della sua resurrezione comincia a trasformare la nostra vita presente: già nella nostra vita presente noi risorgiamo!
La nostra vita trasformata è la sua gloria in mezzo agli altri uomini. Di che cosa abbiamo bisogno per partecipare a questo dono? È una domanda importante. Sarebbe veramente terribile poter sentire l’annuncio di un grande dono e non poterlo ricevere. Affinché questo sia possibile abbiamo bisogno di vivere un’amicizia con Gesù come quella di Lazzaro, Marta e Maria che custodisca il regalo prezioso della fede, che permetta a noi di rinascere, di risorgere ad ogni istante.
Ogni giorno abbiamo bisogno di fare l’esperienza della resurrezione. Ogni momento, nonostante le tribolazioni e le difficoltà, la nostra vecchiaia si trasforma in una giovinezza di cui viviamo l’esperienza concreta. Ci accorgiamo di essere più veri, più consapevoli, più vicini alle cose della vita.
Lo scopo di qualsiasi amicizia cristiana è mutare la vecchiaia in giovinezza. «Si nasce vecchi – ha scritto Jean Guitton – e occorre tutta la vita per diventare giovani». Questa è la ragione di una fraternità, qualunque essa sia. Ed è questa giovinezza, è l’esperienza di questa giovinezza, che permette di andare lontani rimanendo vicini, che permette di maturare una consapevolezza sempre più grande della resurrezione di Gesù, che è l’unica grazia che noi possiamo, dobbiamo e vogliamo portare agli uomini. Perché gli uomini hanno bisogno soltanto di questo: sapere che la vita non è un passaggio dal nulla al nulla, ma che essa è voluta da un Dio cosciente e amante, da un Padre. E che questo Padre ci accompagna, e ci attende.
tratto dal libro “Armonia delle stagioni”
Massimo Camisasca
Fraternità Sacerdotale S. Carlo Borromeo |