IL PICCHIO VERDE n° 01 - 08 febbraio 2010

«IN RUSSIA SULLE TRACCE DI OMERO»

L'autore del Cavallo rosso racconta la sua carriera. Dalla drammatica campagna in Urss all'incontro con Guareschi. Inseguendo il sogno di scrivere un'opera epica.

Ormai ho 88 anni e sento la conclusione della vita inevitabilmente vicina. In questo tempo di bilanci è per me importante ritornare alle origini della mia vocazione di scrittore. Devo andare molto indietro nel tempo. Mi “decisi”, infatti, nei primissimi giorni del Ginnasio, quando frequentavo il San Carlo di Milano. Ero appena arrivato dalla campagna (a Besana Brienza non c’era il ginnasio) e mi trovai per le mani l’Iliade.
A quel tempo neppure sapevo dell’esistenza di Omero. Mi buttai a capofitto nella lettura e quell’incontro fu un vero shock. Omero trasformava in bellezza tutte le cose di cui parlava. Qualsiasi fosse l’argomento affrontato, anche il dettaglio più nascosto, era segnato dalla bellezza, era come condizionato dalla bellezza.
Ero in quel tempo della vita in cui si iniziano a delineare le decisioni fondamentali. Io decisi di scrivere, anche se i miei familiari erano industriali e contavano parecchio su di me.
Naturalmente, non avevo la minima idea di come fare e da dove iniziare (avevo chiaro soltanto che mi sarei cimentato con la prosa e non con la poesia), ma volevo provare a seguire le orme di Omero. Ecco il mio sogno: inseguire la bellezza. È un’idea a cui ho cercato di rimanere sempre fedele e lo sono ancora adesso.
Dopo l’incontro con Omero, la seconda svolta della mia vocazione coincise con il dramma della Campagna di Russia (all’Università feci in tempo a frequentare appena un trimestre, poi venni chiamato alle armi).

Partecipai alla grande avanzata del 1942. Le cose andarono bene durante l’estate, ci schierammo sul Don, poi in inverno i Russi ci sorpresero e ci distrussero. Iniziò la famosa ritirata. Il nostro calvario fu particolarmente tragico, i Russi sfondarono, infatti, le linee nel settore tenuto dai Rumeni e ci trovammo d’improvviso nella sacca. Il nostro corpo d’armata formato da tra divisioni (Pasubio, Torino e 298° tedesca) iniziò la ritirata senza carburante. Ero in artiglieria e fu terribile abbandonare le armi pesanti, i viveri e ogni altro materiale. Portammo quel poco di munizioni che eravamo in grado di trasportare. Niente altro.
La temperatura, quando andava bene, era di 10-12 gradi sotto zero, ma la norma era di 20 gradi sotto lo zero; ricordo notti allucinanti, come quella in cui giungemmo a Cercovo, una marcia al buio con 47 gradi sotto zero. C’era da impazzire.
Provai la fame, la stanchezza, lo spossamento delle marce, le notti sulla neve o sul ghiaccio (molti, moltissimi, alla mattina, non si alzavano più), i combattimenti continui…
Provai l’esperienza di un odio assoluto tra Russi e Tedeschi e dovetti assistere a scene raccapriccianti, in realtà ancora più spaventose della fame e del freddo. Toccai con mano l’abiezione raggiungibile dall’uomo.
La maggior parte di noi ormai non sperava più di uscire fuori dall’inferno bianco, anche perché i Russi cercavano di continuo di impedirci di fuggire.

La sera della vigilia di Natale del 1942 passai per un’esperienza particolarissima.
Ero vivo per miracolo e feci una promessa alla Madonna. Feci questo voto: “Se ne esco vivo, e non resto lì, come un mucchietto di carne congelata sulla neve, come uno straccio di divisa impolverata dal nevischio, mi impegno a spendere la mia vita per la verità e l’avvento del Regno”. Nel mio pensiero ritornavano le parole del Padre nostro “Venga il tuo Regno”.
Attraverso circostanze davvero incredibili riuscii a salvarmi senza restare congelato e neppure ferito (anche se appena uscito dalla sacca fui colto da lancinanti dolori reumatici ai polsi, ai gomiti e alle spalle: se si fossero manifestati soltanto un giorno prima, sarei andato perduto).
Ero vivo, quindi dovevo mantenere un impegno: servire la verità.

Verità e bellezza

La mia scrittura si è imperniata sempre su questi due binari: verità e bellezza: trasformare in bellezza tutte le narrazioni e operare per l’avvento del Regno.
Questa impostazione del mio lavoro mi ha reso molto libero, perché non mi sono mai sentito condizionato dal successo o dall’insuccesso. Avevo già ricevuto il mio premio: non marcire nella neve sulle strade della ritirata.
Ho avuto molti maestri dopo Omero, voglio ricordare i maggiori: Virgilio, Dante, Manzoni e Tolstoj.
Credo che Tolstoj sia stato l’allievo più fedele di Omero dopo 2500 anni di storia. Io ho cercato di mettermi sulla loro strada.
A metà del Novecento in Occidente molti hanno lasciato questa via maestra. È iniziata una deviazione con un indirizzo totalmente diverso. Nuovo maestro è stato, fra i tantissimi, Jean Paul Sartre, che intendeva la letteratura come una protesta contro la situazione esistente.
A parere mio il compito dello scrittore è invece di rendere “tutta” la realtà dell’uomo nel suo tempo, con la ricerca del significato della vita, quindi con una risposta ai Grandi interrogativi di sempre, mentre, secondo Sartre, il compito della letteratura è la “protesta” contro la realtà dell’uomo nel suo tempo. C’è una grande differenza.
Anche se i miei libri sono usciti dal coro della cultura dominante, da quella che chiamo “cultura dei padroni del vapore”, tuttavia posso dire di aver riscosso un certo successo, in particolare in Francia.
Ho impiegato 11 anni a scrivere la mia opera maggiore: il Cavallo rosso, un libro di più di 1200 pagine. La sua uscita è stata un vero miracolo. È interessante conoscerne la storia.
Nel 1983 portai il mio gigantesco manoscritto al dott. Giardina, direttore del gruppo editoriale Rusconi. Guardò allibito il mio malloppo di pagine fittissime e fece un rapido calcolo, ipotizzando un prezzo di copertina di 40mila lire. Mi disse: “Un libro così non si vende. Per 40mila lire si può fare soltanto un libro per le feste, una strenna con immagini e foto. Nient’altro. Mi dispiace”.

Pubblicato da Ares

Comprese allora il mio rammarico e disse: “Provi a cercare un editore minore, di quelli in gamba, che possa venderlo a un prezzo ridotto perché privo delle spese distribuzione. Certo, al libro mancherà poi proprio la distribuzione…”.
Andai allora dall’amico Cesare Cavalleri, direttore della rivista Studi Cattolici e delle Edizioni Ares. Mi conosceva solo come giornalista. Gli dissi: “Guarda, torno da una brutta esperienza, m’hanno respinto il nuovo libro, adesso devo cercare un editore piccolo che lo accetti. Mi dai una mano a cercarlo?”.
E Cavalleri: “Sai, io ho la casa editrice Ares, oltre alla rivista… te lo pubblico io”. E io: “Prova a leggerlo prima…”. “No! Lo pubblico subito!”. Forse gli feci compassione e aggiunse: “Non si sa mai, magari arriveremo anche alla seconda edizione!”. E così prese il malloppo e lo pubblicò senza neppure leggerlo. Si fidava molto.
Quando il libro cominciò ad andare in giro, mentre mi trovavo in vacanza con mia moglie Vanda in Sardegna, mi arrivò una lettera di Cavalleri che diceva: “Eugenio, il tuo libro è bellissimo (davvero l’aveva pubblicato senza leggerlo…) e funzionerà senz’altro!”.
Sì, il libro funzionò. A oggi sono state fatte 24 edizioni, è stato tradotto in 7 Paesi, tra cui il Giappone.
Nel Cavallo rosso ho cercato di trasferire il poema classico nella modernità (ritorno ancora a Omero). La grande opera dei nostri giorni però non può più essere in versi, almeno quella che voglia interpretare ogni aspetto della realtà.
Ero consapevole che con la prosa avrei perso la ricchezza del ritmo, allora lavorai per cercare un ritmo diverso, che calzasse appieno con la realtà dei nostri giorni. Se si prende una riga del mio libro e si sostituisce una parola con un’altra, d’accento diverso, per esempio, la parola “stesso” con la parola “medesimo”, che ha quasi lo stesso significato, ma un altro accento, immediatamente si ha la sensazione che qualcosa zoppica… Ecco, non dovevano esserci passi zoppicanti…
Nel Cavallo rosso c’è un’armonia diversa da quella del verso, ma si tratta pur sempre di armonia, che dovrebbe incantare allo stesso modo del verso. Il lettore deve essere affascinato dall’armonia, che renda l’universale nel particolare secondo la visione aristotelico-tomista.
È sulla strada giusta la pagina che riesce a “cantare” l’universale nel particolare.
Posso fare un esempio tratto dai Promessi sposi relativo alla figura di Perpetua. La donna di servizio di don Abbondio è resa talmente bene e con tali dettagli che il termine “perpetua” indica ormai per definizione la donna di servizio del curato. In letteratura, chi ha seguito la strada di Omero dovrebbe durare, gli altri no, anche se sembrano vincenti sul breve periodo, come appunto Sartre o, per citare un altro autore di best seller a noi più vicino, Umberto Eco. Le loro opere se non sono morte, sono almeno moribonde.
Una critica letteraria francese, Laurence Benoit, su Resister et costruire, una rivista di Losanna, ha detto del Cavallo rosso: “Attraverso i suoi personaggi principali, il nostro autore riconquista passo dopo passo il terreno perduto ed effettua una ricristianizzazione che procede dal basso verso l’alto, dalle realtà individuali alle realtà collettive. Vengono recuperati territori che si credevano perduti per sempre da parte del cristianesimo: l’esercito, l’arte, la politica e l’economia. Con questo romanzo, tutta la storia è ricristianizzata”.
È in assoluto una delle osservazioni che mi hanno fatto più piacere, insieme a quella di Charles Brown che ha scritto: «Corti ha plasmato un nuovo tipo di realismo, che definirei “realismo della trascendenza”. La speranza escatologica offerta da questo autore è la chiave ai misteri gemelli del male e della sofferenza degli innocenti che hanno tanto torturato la mente moderna. Così, in un modo obiettivo, un romanzo porta a una soluzione alle ansie filosofiche presenti in tanta parte della letteratura maggiore del XX secolo».

Con Giovannino

Qualcuno ha accostato il mio lavoro a quello di Giovanni Guareschi. Ho incontrato una sola volta questo autore; mi ricevette in casa sua e passammo un paio d’ore splendide rievocando i tempi della naja. Guareschi era davvero una figura interessantissima. Poiché è fuori dalla cultura dominante i manuali della letteratura non lo includono.
Ho voluto omaggiarlo inserendolo in alcune pagine del Cavallo rosso, quando ricordo le elezioni del 1948, così decisive per la democrazia in Italia.
Spesso mi chiedono quale ruolo abbia l’ispirazione nel mio lavoro. Se io abbia una particolare Musa…
Beh, in effetti posso dire di aver sentito la voce della Musa, però dato che amo definirmi un paolotto cattolico della Brianza, preferirei accennare al ruolo ispiratore dello Spirito Santo, che davvero soffia dove e come vuole.

Eugenio Corti

Eugenio Corti

L'immagine è di:
Davide Coltro

 

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