Famiglia Cristiana n° 23 - giugno 2007

NEL BRESCIANO, UNA RASSEGNA FOTOGRAFICA SULLE ESCURSIONI GIOVANILI DI WOJTYLA

LE VERDI ESTATI DEL GIOVANE KAROL

La mostra “L’uomo e la sua terra” è ospitata nella zona in cui trascorse una piacevole vacanza nel 1947, ospite di un amico prete.

Due storie, una italiana (nel racconto degli anziani) e una polacca (fatta di scatti fotografici), si intrecciano a ricordarci gli anni giovanili di Karol Wojtyla, il suo amore per la natura, la gioventù, le gite a piedi, in canoa, in bicicletta o sugli sci.

Villa Badia, che sorge su una ex abbazia benedettina a Leno, pochi chilometri a sud di Brescia, ci offre, in contemporanea con la reggia di Varsavia, una interessante mostra fotografica, L’uomo e la sua terra (aperta fino al 30 giugno, poi farà tappa a Bologna e Roma), con foto inedite dei più bei momenti che “zio Karol” passò con gli universitari di Cracovia, di cui all’inizio degli anni Cinquanta era assistente spirituale.

In quei campeggi in montagna (le prime vacanze “miste”, inconsuete per quei tempi, il cui ricordo è vivo nel dramma teatrale La bottega dell’orefice, dello stesso Wojtyla), il giovane prete si faceva chiamare “zio” per prudenza; così come era costretto a partire in treno di sera e a nascondersi dietro occhiali scuri, camiciotto e pantaloni alla zuava per eludere i sospetti del regime.

Siamo tra il 1952 e il 1954, sui monti Tatra, nei boschi e lungo i canali della “Piccola Polonia” (Maloposka). E fu proprio durante una gita in canoa nel 1958 (come ci ricorda nella mostra un bel filmato con la sua voce in polacco) che don Karol Wojtyla fu sorpreso dalla notizia della sua nomina a vescovo ausiliare di Cracovia: «Dalla barca mi hanno chiamato, ma non so come potrei mai abbandonare questi luoghi, i fiumi e i monti di questa terra che amo».

Le visite alla pieve romanica

Qualche anno prima, nel luglio del 1947, il novello prete Karol (ordinato il 2 novembre 1946) scendeva dalla corriera locale nella piazza di Seniga, piccolo paesino sull’Oglio, per immergersi in un’altra campagna, che però gli ricordava, con nostalgia, la patria lontana.

«La veste corta e dimessa non gli copriva i polpacci, che fuoriuscivano da certi miserabili polacchini simili a quelli dei nostri contadini più poveri». Così lo ricorda monsignor Luigi Corrini, a quei tempi sacerdote a Seniga, che ci ha accompagnato in un inedito itinerario wojtyliano inaugurato il 20 maggio scorso con lo scoprimento di tre epigrafi: una sulla cascina che ospitò il futuro Papa nella sua breve vacanza a Seniga (Brescia); l’altra nella chiesa parrocchiale di San Vitale, nella quale predicò; la terza nella pieve romanica di Comella, meta di frequenti visite.

Diventano amici frequentando la Joc

Ma cosa ci faceva quel ventisettenne studente di teologia all’Angelicum di Roma (il futuro papa Wojtyla) nell’assolata campagna bresciana? Per paura che non gli rinnovassero il permesso per tornare in Italia a settembre, don Karol rinunciò quell’anno alle vacanze polacche e accettò l’invito di don Francesco Vergine, (ventitreenne chierico e studente di teologia alla Gregoriana) di passare alcuni giorni di vacanza al suo paese, Seniga. Entrambi sensibili all’apostolato tra i giovani lavoratori, erano diventati amici frequentando la Gioventù operaia cattolica (Joc) con cui, dopo la breve e corroborante vacanza bresciana, don Karol (e don Vergine in tempi successivi), sarebbero partiti per visitare le varie comunità operaie: Parigi, l’Olanda e soprattutto il Belgio, tra i minatori, di cui Wojtyla conosceva bene la realtà essendo stato anche lui operaio nelle cave di pietra di Zakròwek.

Quei 10 giorni nelle campagne di Seniga ritemprarono dunque don Carlo e don Francesco prima delle loro fatiche apostoliche. Partivano presto la mattina per lunghe gite in bicicletta, che, oltre a mezzo di trasporto, per don Karol è «veicolo di alti valori umani e spirituali». Tra le mete prescelte, le cattedrali di Brescia e di Cremona, ma anche le piccole chiese di campagna, immerse nel verde; in particolare la pieve romanica di Comella, dal nome del fiume Mella, che proprio lì vicino si getta nell’Oglio (Santa Maria in capite Mella).

Di quei bei giorni bresciani restano i ricordi degli anziani, in particolare della sorella di don Vergine, Luigina, che siamo andati a trovare nella stessa cascina di famiglia, rimasta come allora: il cortile dove don Karol e don Francesco arrivavano trafelati in bicicletta; la grande tavola intorno a cui si rifocillavano; la camera al primo piano con il lettone dove dormì Wojtyla.

Chi l’avrebbe mai pensato che il futuro Papa sarebbe vissuto, almeno per qualche giorno, nel caseificio dei Vergine, dove si produce il miglior provolone della zona e si allevano i suini... Ricorda Luigina: «Quando abbiamo sentito che avevano nominato un Papa polacco siamo trasaliti: non sarà mica il nostro don Carlo di tanti anni fa?».

Monsignor Corrini ricorda le tre omelie tenute da don Karol alle Messe di domenica 13 luglio 1947 nella parrocchiale di Seniga. Wojtyla parlò con accento straniero dall’altare della Madonna, commentando il capitolo settimo del Vangelo di Matteo: «Il vero profeta si vede dai frutti. La pianta buona non può fare frutti càtivi, né l’albero càtivo frutti buoni». Sembrava che parlasse di sé, del suo futuro. All’uscita una donna chiese al parroco: «Da che banda l’è ch’el prèt lì?». E, saputo che era polacco, soddisfatta disse alle amiche: «Lo sapevo che non era di Cremona» (cioè di là dall’Oglio, fuori diocesi). Quell’uomo, che sarebbe diventato Papa, veniva da molto più lontanto. E quando, 31 anni dopo, in paese sentirono quell’accento strano alla televisione – «Se sbaglio mi corigerete» –, capirono subito.

Quando il Papa pregò per l’amico

Eletto Papa, Karol Wojtyla chiese di don Vergine, «quel caro collega e amico carissimo». I due si incontrarono parecchie volte. Fu don Vergine a far conoscere al Papa il movimento dei neocatecumenali, fino a ottenere a Kiko Arguello la prima udienza il 5 settembre del 1979. Siamo andati a trovare don Vergine a Roma: oggi ha 84 anni e fa l’assistente spirituale dei seminaristi neocatecumenali alla Redemptoris Mater. Siamo qui soprattutto per sapere qualcosa di più di quel giugno del 1991, quando don Vergine rischiò la dialisi per insufficienza renale e il Papa gli fece avere un rosario e gli assicurò la sua preghiera. La situazione sembrava irreversibile, come racconta l’altra sorella di don Francesco, Maria Antonietta Battistini. Invece, di lì a pochi giorni don Vergine fu dimesso ed evitò la dialisi.

Ma l’anziano sacerdote evita ogni commento. A lui basta essere in mezzo a questi 90 giovani seminaristi che sono la primavera della Chiesa. Come lui e don Karol sessant’anni fa.