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L'alfabeto della Croce

Simbolo universale che contiene in sé morte e vita

La croce è un segno presente in tutte le culture, simbolo universalmente riconoscibile e riconosciuto: asse del mondo (axis mundi), punto di sintesi tra la dimensione orizzontale e verticale. L’orientamento dei bracci della croce suggerisce una dimensione spaziale che abbraccia l’alto e il basso, l’Oriente e l’Occidente, lo Zenit e il Nadir, l’Est e l’Ovest, il Sud e il Nord. La croce è anche sintesi dell’immagine di un uomo in piedi con le braccia aperte, a suggerire l’apertura all’infinito. Inoltre racchiude in sé un significato di morte e di vita – il mistero di due realtà estreme che si toccano – come esprimono in altro contesto questi versi di Petrarca: “O viva morte, o dilettoso male” (S’amor non è). Nasce da questo contrasto lo scandalo e la follia della croce di cui parla san Paolo: “Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani” (1 Corinti, 1,22-23). La croce infatti tiene insieme immagini opposte: l’abbraccio di salvezza di Gesù per noi e l’impossibilità per noi ( e per i suoi discepoli) di capire quel gesto estremo del Figlio di Dio che volontariamente accetta di morire come un malfattore. Per i primi cristiani era difficile accettare l’idea che Gesù Buon Pastore – il pastore bello (Pastor bonus) – potesse essere crocifisso e sfigurato in quel modo. Inoltre le persecuzioni avevano reso pericoloso aderire alla nuova fede di cui il simbolo per eccellenza, la croce, andava dissimulato nei graffiti della catacombe in immagini come l’ascia o l’ancora che evocavano la croce in modo implicito. Dopo l’editto di Costantino del 313 il cristianesimo viene alla luce e la croce è rappresentata nel suo aspetto più regale e vittorioso; con il ritrovamento della Vera Croce da parte della regina Elena, madre di Costantino, nasce la festa liturgica dell’Esaltazione della Croce..
Il segno della croce, nella sua universalità, si trova nascosto in tante forme della realtà come hanno fatto notare i Padri della Chiesa. Secondo san Giustino, apologeta e martire del II secolo, una rondine ad ali aperte, l’albero di una nave con la sua antenna orizzontale, l’aratro che solca la terra, l’ancora della nave sono altrettante immagini che evocano la croce. E conclude: “Niente nel mondo può esistere, né formare un tutto senza questo segno”.

Albero di vita, arca di salvezza, verga di Aronne, serpente di bronzo, bastone di Mosè, scala di Giacobbe

Ma è certamente l’immagine dell’albero, con i suoi rami rivolti verso il cielo, le radici tese a penetrare la terra, la chioma espansa ad abbracciare il mondo, tra tutte le immagini del mondo naturale quella più vicina a rappresentare la croce, l’Albero su cui è stato crocifisso il Figlio di Dio.
Al significato cosmico della croce si aggiunge quello storico-biblico e soteriologico: la croce è infatti inserita nella storia della salvezza a partire dal popolo ebraico sotto vari simboli: l’Arca di Noè, la verga di Aronne, il serpente di bronzo innalzato nel deserto, il bastone di Mosè che fa scaturire l’acqua dalla roccia e che rende dolci le acque di Meriba. Tra i molti simboli dell’Antico Testamento che sono figura della croce sant’Ireneo considera la scala della visione del patriarca Giacobbe: “scala cosmica”, “mezzo per salire dalla terra al cielo” e afferma: “è per mezzo della croce che i credenti in Lui salgono nel cielo, perché la Passione di Nostro Signore è la nostra ascensione in alto (Ireneo, Demonstratio, 54).

Segno dello sviluppo della fede cristiana nei secoli e difesa dalle eresie

L’immagine della croce, centro della predicazione cristiana, nel suo svilupparsi nei secoli in varie forme interpretative rappresenta come un termometro che misura di ciascuna epoca le “temperature” della devozione e della spiritualità, segnando, anno per anno, sul grafico della fede, le caratteristiche più intime e “indicibili” del rapporto d’amore tra l’uomo e Cristo crocifisso. Nascono le prime rappresentazioni di Cristo in croce, nudo (con perizoma) tra i due ladroni. Seguendo e interpretando l’andamento del dibattito teologico sulla duplice natura di Cristo, vero uomo e vero Dio, e il prevale nel pensiero e nella sensibilità religiosa dell’accentuazione dell’uno o dell’altro aspetto della medesima verità, l’immagine della croce appare come faro della fede, spartiacque sicuro tra le varie correnti eretiche (l’ariana e la monofisita) e l’ortodossia, finche si arrivi a stabilire, da parte dell’autocoscienza della Chiesa (nei concili di Efeso e Calcedonia) la perfetta unità e coesistenza in Cristo (ipostasi) delle due nature, umana e divina. Nelle immagini più antiche appartenenti al IV secolo Cristo appare come un servo tra i servi, coperto solo da un ridottissimo perizoma, a mostrare nella sua nudità che si tratta veramente di un uomo; poi, per contrastare l’eresia ariana, si sente l’esigenza di rivestire l’Uomo della croce con una ricca veste che ne riscatti la dignità regale e sacerdotale. Un secolo dopo avendo a che fare con l’eresia monofisita che tendeva a porre l’accento sulla divinità di Cristo il crocifisso riappare nudo con un perizoma questa volta più lungo e prezioso. Così la riflessione patristica e conciliare della Chiesa si traduce in una vera e propria teologia per immagini. L’importanza delle immagini e della loro venerazione aumenta soprattutto in ambito ortodosso. Il crocifisso deve essere venerato senza paura di cadere nell’idolatria perché nell’immagine si venera il prototipo come stabilisce il secondo concilio di Nicea del 787: Definiamo che (. . .) come le rappresentazioni della croce preziosa e vivifìcante, anche le venerabili e sante immagini, sia quelle dipinte, sia quelle in mosaico o di qualche altra materia, devono essere poste nelle sante chiese di Dio, sugli utensili e le sacre vesti, sui muri e i quadri, nelle case e per le strade Infatti, guardando frequentemente queste rappresentazioni, coloro che le contemplano si ricorderanno dei modelli originali, si volgeranno ad essi, testimonieranno loro, baciandole, una venerazione («proskynesis», adoratio) rispettosa, senza essere un’adorazione («latréia», latria) vera secondo la nostra fede, adorazione che conviene a Dio solo. Ma come per l'immagine della croce preziosa e vivificante, per i santi Evangeli e per gli altri oggetti e monumenti sacri, si offriranno incenso e lumi in loro onore, secondo la pia consuetudine degli antichi. Perché «l’onore reso a un’immagine risale al modello originale» (San Basilio, De Spiritu Sancto). Chiunque venera un’immagine, venera in essa la realtà che vi è rappresentata (...).
(Dalla dichiarazione finale del II Concilio di Nicea)
Prima di questa dichiarazione la discussione era così viva a livello ecclesiale, soprattutto in ambito ortodosso, da aver scatenato nell’VIII secolo nell’Oriente cristiano, anche per motivi politici, sotto Leone III Isaurico una violenta persecuzione contro le immagini tanto che molte icone e crocifissi perirono nel fuoco e ci furono persino atti di violenza contro i difensori delle immagini, tanto che a san Giovanni Damasceno fu tagliata una mano. Lo scandalo della croce continuava così nello scandalo che l’Uomo della Croce le “Sue” immagini suscitavano nella storia.

Icona delle icone

Il Crocifisso, nelle sue più svariate forme e dimensioni, diventa sempre più protagonista dell’iconografia e della predicazione cristiana, iniziando quel cammino di accompagnamento e sostegno alla fede che in duemila anni di cristianesimo ha prodotto immagini di estrema bellezza e commozione. Ripercorrere l’evolversi di questa storia fatta di immagini dell’unica Immagine, di icone dell’unica Icona, unica e irripetibile immagine del Figlio di Dio dei vangeli che muore sulla croce una volta sola per tutta l’umanità redimendola è l’avventura che questo libro propone, ripercorrendo in tutte le loro sfumature le immagini che la sensibilità di artisti di ogni epoca e stile hanno plasmato, confrontandosi con il mysterium tremendum di Dio che sacrifica Suo Figlio per noi.

La croce e il crocifisso: due realtà inseparabili

Soprattutto oggi è urgente capire quel segno – la croce – in cui é stata battezzata la civiltà europea, una civiltà straordinariamente viva e feconda che ha dato frutti stupendi di cultura, arte, scienza e carità.
Dal punto di vista della cultura, del ripensamento sulle origini e il significato della nostra civiltà europea e soprattutto per entrare nel dibattito sull’esposizione del Crocifisso nei luoghi pubblici, questo libro che ha per tema il Crocifisso vorrebbe mostrare a tutto tondo il significato di un simbolo di cui gli uomini del Parlamento europeo – che rappresentano l’Europa dei popoli e delle nazioni nata “dalla croce, dal libro e dell’aratro” (come ricordò Paolo VI riferendosi a san Benedetto) – sembrano avere perso di vista il significato umano prima ancora che religioso. Così come ha intuito un retore pagano, di origine africana, convertitosi al cristianesimo in tarda età, Gaio Mario Vittorino (290-364), retore di origine africana, che quando in tarda età si convertì affermò: “Quando ho incontrato Cristo mi sono scoperto uomo”.
Ma chi é davvero quell’Uomo in croce? Dal punto di vista dell’arte quell’Uomo ha rovesciato i canoni stessi della bellezza. Di lui aveva profetizzato Isaia: “non ha apparenza né bellezza così da attirare i nostri sguardi, uomo dei dolori e familiare con il patire, uno davanti al quale ci si copre la faccia”. Si potrebbe dire che “i suoi santi” – i santi della croce – sono coloro che non hanno distolto la faccia dall’immagine di questo Dio crocifisso. Duemila anni dopo la venuta di Cristo, infatti, un grande scrittore russo, Fedor Dostoevskij, ha scritto in l’Idiota che la bellezza salverà il mondo; ma quale bellezza se il più bello dei figli dell’uomo è stato crocifisso,. Dunque salverà il mondo la bellezza crocifissa di Cristo.
Ciò che sorprende nel Crocifisso (termine che unisce in sintesi l’uomo e la sua croce), è proprio la straordinaria unità tra Cristo e lo strumento della sua Passione. Questo fatto è molto interessante e si è sviluppato nella letteratura e nella poesia patristica fino a identificare uomo e croce, carne e legno, sangue e fibra vegetale. Così l’inno di Venanzio Fortunato esprime questa unità: Dulce lignum dulces clavos dulce pondum pendebat. Un suggestivo gioco di rimandi si crea così tra la croce e l’Uomo crocifisso, tra il simbolo e la realtà, tra il significante (la croce) e il significato (Cristo). È sulla Croce che Cristo rivela sé stesso come Significato del mondo. Così evidente che a comprenderlo per primo è stato prima di Vittorino un altro pagano, il centurione romano che sotto la croce, vedendo Gesù morire in quel modo, d’intuito esclama: “Veramente costui è il Figlio di Dio!”. L’unità uomo-croce è suggellata dal sigillo dei chiodi e del sangue versato e assorbito dal legno; ma anche dallo Spirito Santo che, in forma di Colomba, in un Soffio dall’alto, dal Padre discende sul Figlio crocifisso. Così vediamo rappresentata la Trinità in cui Cristo è crocifisso tra le braccia del Padre.

Gli elementi che costituiscono la croce

La croce è Cristo e Cristo è la croce: i due termini si identificano ed eliminando uno dei due l’altro risulta – in absentia – naturalmente presente. Così diventano importanti gli elementi materiali che compongono la croce . A cominciare dalla struttura stessa: un elemento orizzontale (patibulum) e un elemento verticale (stipes), il palo infitto nel terreno roccioso del Golgota e fissato con cunei al suolo. La croce può presentarsi poi in varie forme: “commissa” quando i due elementi compongono una T (tau); oppure “immissa” se patibulum e stipes si incrociano nella forma classica. Nel secondo millennio, per accentuare la dimensione dolorosa e lo spasmo del condannato, la croce può assumere la forma di Y o forcella a imitazione della diramazione di un albero che accoglie il corpo del condannato, crocifisso con le braccia tese verso l’alto e il corpo che scivola in basso. In testa alla croce è sempre fissato il titulus con l’iscrizione voluta da Pilato in greco, aramaico e latino e che attesta che Gesù è veramente re: Jesusu nazarenus rex judeorum. Il titulus può sormontare la croce e chiudere l’estremità superiore, oppure incrociarsi con lo stipes. In basso un terzo elemento orizzontale che incrocia lo stipes è rappresentato dalla tavoletta a cui sono inchiodati i piedi di Gesù. Questo elemento, detto scabellum pedes o suppedaneum, oltre alla sua evidente funzione pratica di appoggio e spinta del condannato verso l’alto, per liberare il torace e respirare, con la sua forma quadrata richiama l’immagine del mondo così come era concepito nell’antichità (quadratum), richiamando le parole del servo di Iahvé: “Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi" (Is. 66,1). Particolare importanza assume anche il luogo in cui è infissa la Croce: “luogo del cranio”, in latino Calvaria, in aramaico Gulgotâ e in ebraico Gulgote. Qui, secondo l’interpretazione dei Padri della Chiesa, era stato seppellito Adamo “il primo uomo che viene dalla terra”; e in questo stesso luogo Cristo , il “secondo uomo che viene dal cielo“ (1 Corinti 15, 45-47) muore e riscatta l’umanità intera dal peccato e dalla morte. E infatti, come scrive ancora san Paolo (1 Co. 15:21,22), come da un solo uomo, Adamo, è venuta la morte, così da un uomo solo – Cristo, l’Uomo della Croce,– è venuta la vita. Nelle icone bizantine e russe l’inclinazione del suppedaneum, sul quale è rappresentata l’immagine della Gerusalemme celeste, indica, come il braccio di una stadera, l’oscillare del giudizio di Dio sul mondo; questa inclinazione asseconderebbe il fatto che per essere crocifissa una gamba di Cristo è stata slogata e innaturalmente allungata rispetto all’altra, come risulterebbe dalla stessa Sindone. Questo nuovo atteggiamento dei piedi rispetto a quello dei primitivi crocifissi in cui i piedi sono crocifissi paralleli, uno discosto dall’altro, presuppone l’utilizzo di tre chiodi al posto di quattro. Un altro elemento importante che caratterizza l’evolversi dell’iconografia del crocifisso è il nimbo crociato che identifica Cristo come Figlio di Dio e che, con l’avvento del Crocifisso gotico doloroso, si sovrappone alla corona di spine fino a trasformarsi in una raggiera dorata dietro il capo.

L’icona del crocifisso tra sofferenza e trionfo

La posizione più terribilmente dolorosa che il corpo umano abbia assunto nella storia dell’arte è quella del crocifisso. Posizione estrema di un uomo condannato a morire tra gli spasmi. Anche attraverso lo studio dei cadaveri, a partire dal rinascimento, i pittori hanno voluto studiare le conseguenze della crocifissione sul corpo umano per renderne il più realisticamente possibile i particolari anatomici. In particolare l’espansione della cassa toracica è stata accentuata e resa con estremo realismo. L’arte ha indagato anche l’espressività facciale dell’Uomo della croce, sottolineando con infinite sfumature il cuore della questione: l’essere Uomo e Dio. Il mistero dell’ipostasi, dell’unione di due nature in un solo volto. A partire da quello della Sindone che probabilmente prima del sacco di Costantinopoli era esposta in Santa Sofia.
Due sono le interpretazioni teologiche dell’Uomo della Croce, i due punti estremi dell’oscillare del pendolo dell’interpretazione artistica: da un lato l’immagine di Cristo trionfante e vittorioso sulla croce, gli occhi aperti, lo sguardo sereno, il corpo rilassato e composto; dall’altra l’immagine di un corpo straziato e sanguinate, il volto reclino, gli occhi chiusi, la maschera di dolore di chi emette l’ultimo respiro.
Nascono così due iconografie: il Christus triumphans e il Christus patiens. Due immagini che certificano il paradosso della croce, un paradosso che solo l’arte riesce ad esprimere e a tenere insieme. In realtà le due immagini del Cristo trionfante e del Cristo sofferente, pur inaugurando due distinti filoni, caratterizzano due periodi della storia del crocifisso: nel primo millennio predomina fin dai primi secoli il Christus triumhans, mentre dai primi decenni dell’anno Mille timidamente appare il Christus patiens. I due modelli in realtà convivono e sfumano l’uno nell’altro, così che non si perderà mai la dimensione gloriosa e vittoriosa e la dimensione dolorosa e salvifica della Croce: due fili – l’uno rosso e l’altro oro – che si intrecciano, affiorano e scompaiono, nel dritto e nel rovescio del grande arazzo che rappresenta la croce.

Altre immagini: Depositio, Imago pietatis, Effusio sanguinis, Cristo portacroce, lactatio

All’immagine della Crocifissione segue quella della Deposizione in cui il corpo di Cristo, staccato dai chiodi e dalla Croce, è esposto in Pietà sorretto da due angeli, oppure in grembo a Maria come nella Pietà di Michelangelo. La memoria della Croce, una volta che il corpo è deposto, si identifica con la contemplazione dei segni della Passione: le trafitture del costato, delle mani e dei piedi. Cristo appare a mezzo busto dal sepolcro nella visione della messa di san Gregorio Magno (VI secolo). Nasce da qui l’iconografia dell’effusio sanguinis rappresentata sulla porticina dei tabernacoli come immagine eucaristica, a volte sostituita dall’immagine del pellicano che si ferisce il petto per nutrire con il sangue i suoi piccoli: è il Pie pellicane , il pellicano amoroso dell’inno eucaristico di san Tommaso d’Aquino. L’immagine di Cristo con la croce e i segni della Passione si evolve poi dall’Imago pietatis e il Salvatore, uscito dal sepolcro, appare in piedi, a figura intera, appoggiato a una grande croce.
Grandi artisti , scultori e pittori, hanno affrontato il tema della Deposizione (Pisano) e poi quello successivo del Cristo portacroce che cammina per le vie del mondo, eterno pellegrino e mendicante: “Cristo mendicante del cuore dell’uomo e l’uomo mendicante del cuore di Dio” (Giussani). Cristo va incontro all’uomo, gli tende le braccia dalla croce, addirittura si stacca dalla croce per abbracciarlo. Il rapporto tra l’uomo e il crocifisso si fa mistico e l’arte si adegua a rappresentare, secondo la nuova spiritualità moderna, le estasi e le visioni dei santi in ginocchio davanti a crocifisso, l’unione mistica con il crocifisso fino alla lactatio in cui Gesù nutre al suo petto san Bernardo di Chiaravalle o santa Caterina da Siena. La contemplazione del Crocifisso, a partire dal san Francesco, diventa dialogo silenzioso di sguardi, fino all’immedesimazione amorosa nel crocifisso e all’esperienza delle stimmate: esperienza di totale immedesimazione con l’Amato che soffre, fino a far dire a santa Veronica Giuliani, la stimmatizzata cara a padre Pio : “Voglio essere crocifissa con lui”.
Con la beata Veronica siamo in pieno 600, l’epoca in cui nasce dalle mani del Bernini l’Estasi di Santa Teresa d’Avila: lo scultore rappresenta il momento della transverberazione, quando ciò il corpo della santa viene misticamente trapassato nel costato dal dardo incandescente dell’Amore. La lancia che ha colpito Cristo ritorna qui con un effetto “boomerang” a colpire chi sta sotto la croce come un tempo Maria e Giovanni. E sotto la croce l’arte rappresenta santi e sante a partire da Maria Maddalena che abbraccia adorante i piedi crocifissi di Gesù. Hai posto i miei nemici a sgabello dei Tuoi piedi”. E dopo la Maddalena nella stessa posizione sotto la croce troviamo Francesco e Domenico, i due santi che predicarono il crocifisso segnando la spiritualità del medioevo e del rinascimento finché Gerolamo Savonarola e Bernardino da Siena fecero del Crocifisso un vero e proprio strumento di predicazione, da impugnare davanti alle folle invitando alla conversione. Ne conservano la memoria tanti pulpiti dove sporge un crocifisso di medie dimensioni, a volte realisticamente sorretto da una mano scolpita nel legno e sporgente dalla balaustra.

Croce e liturgia

La storia della Croce è anche la storia della sua centralità nel rito e nell’architettura sacra. Le prime basiliche cristiane nella loro pianta presentano la forma di una croce con il transetto a chiudere la navata (croce commissa a T) o a incrociarla all’altezza del presbiterio e della cupola (croce immissa). L’orientamento stesso della grandi basiliche cristiane dei primi secoli era rivolto con l’abside a Oriente e nel catino absidale campeggiava a mosaico una grande e luminosa croce così che Luce e Croce si identificavano. Un’altra Croce ornata d’oro e gemme preziose pendeva dei cibori oppure era appoggiata sull’altare, posta su un’asta (croce astile), oppure fissata sull’arco trionfale del presbiterio. Le croci stazionali poste a lato dell’altare erano arricchite da ceri che venivano suggestivamente accesi durante la liturgia rendendo le croci fiammeggianti. Esiste al proposito nella Chiesa una eccezionale continuità di pensiero. Un papa medioevale come Innocenzo III stabilì che le croci venissero collocate direttamente sull’altare: “la croce sia collocata sull’altare tra due candelieri perché Cristo è nella Chiesa come il mediatore tra due popoli”. E Benedetto XVI suggerì da teologo in un suo scritto sulla liturgia di tornare a collocare la croce davanti all’altare e allo sguardo dei fedeli che devono vedere prima la croce del sacerdote stesso. Centralità della Croce e dell’Oriente trovano reciproca giustificazione nelle parole di Ratzinger e nella sua singolare proposta: “La direzione verso Oriente si trova in stretto rapporto con il “segno del Figlio dell’uomo”, con la croce, che annuncia il ritorno del Signore. L’Oriente fu quindi posto molto presto in relazione con il segno della croce. Dove non è possibile rivolgersi insieme verso Oriente in maniera esplicita, la croce può servire come l’Oriente interiore della fede. Essa dovrebbe trovarsi al centro dell’altare ed essere il punto cui rivolgono lo sguardo tanto il sacerdote che la comunità orante”. (Lo spirito della liturgia, p 79).

La posizione della croce

D’altronde (e anche questo fatto costituirà per molti una sorprendete scoperta, sfatando luoghi comuni), Louis Bouyer sottolinea il fatto che l’idea circolare di celebrazione eucaristica (un’idea pervasa di un certo romanticismo) non ha rapporti con gli usi del cristianesimo primitivo: “Da nessuna parte nell’antichità cristiana sarebbe potuta venire l’idea di mettersi di fronte al popolo per prendere il pasto. Anzi, il carattere comunitario del pasto era messo in risalto proprio dalla disposizione contraria, cioè dal fatto che tutti i partecipanti si trovassero dallo stesso lato” (Davanti al protagonista. Alle radici della liturgia, Cantagalli 2009, p. 212). E in effetti, a pensarci bene, così è nell’Ultima Cena (1494-1498) di Leonardo da Vinci, modello iconografico consolidato. Nel capolavoro di Leonardo tutti i commensali siedono con Cristo dallo stesso lato della tavola e guardano tutti nella stessa direzione che nel refettorio dei frati domenicani di Santa Marii delle Grazie corrisponde esattamente alla visione della grandiosa crocifissione dipinta nel 1495 da Donato Montorfano (1495). La posizione di Gesù dipinto da Leonardo nell’Ultima Cena con il capo chino e la mani lungo il corpo in gesto di offerta è l’iconografia stessa dell’Imago Pietatis tante volte riprodotta negli sportelli dei tabernacoli: Cristo vive in sé la coscienza in anticipo la Sua passione e morte che ha davanti a sé in un commovente gioco di rimandi che le pareti del Cenacolo ci offrono.

Contemporaneità del crocifisso e altre immagini: bilancia giustizia, torchio e mistica vigna

Una straordinaria contemporaneità percorre dunque la storia dell’arte cristiana sul tema del crocifisso: saltano le categorie temporali, tutto diventa presente come nella liturgia. San Francesco adora il crocifisso posto sul nudo terreno delle colline umbri così come adora il Gesù Bambino posto nella greppia ruvida di paglia del prese di Greccio. Cristo è “bilancia di giustizia” e il suo corpo appeso tra i due ladroni è l’ago della bilancia della misericordia di Dio, che pende sempre dalla parte dell’uomo. Cristo è il Torchio mistico, secondo la drammatica espressione scritta secoli e secoli prima dal profeta Elia: “al torchio ho pigiato da solo e nessuno del mio popolo era con me”. Il torchio diventa la croce e i quattro Padri della Chiesa raccolgono la mistica bevanda, la vendemmia dal soave profumo, il sangue di Cristo che cola nel tino e solo attraverso lo strumento–croce (per misteriosa volontà divina) può essere reso vino di salvezza per tutti gli uomini. Dalla croce i sacramenti, dall’acqua e dal sangue sgorgati dal costato aperto di Cristo il battesimo e l’eucarestia. Il legno della vera croce ritrovato sotto il Calvario da Elena, diffuso e disperso in frammenti di mille reliquie dopo la conquista di Costantinopoli lungo le vie dei pellegrinaggi e nella grandi capitali della cristianità in Europa (la Saint Chapelle di Parigi, san Marco a Venezia, il duomo di Milano) diventa l’Albero di vita (lignum vitae) nella visoone di san Bonaventura da Bagnoregio da cui nascono i crocifissi-albero: Cristo al centro è il pollone che nasce dalla biblica radice di Iesse su tronco e sui rami i 12 profeti che lo circondano, in alto Maria regina dei profeti (Regina prophetarum).
Le immagini dell’Uomo della croce moltiplicate in tante versioni risultano così testimoni silenziosi di un cristianesimo vissuto e incarnato nel tempo e nelle circostanze più disparate. I crocifissi inseriti nel paesaggio, ai crocevia, sulle colonne votive diventano parte integrante della vita quotidiana. In ogni geografia umana, ad ogni altitudine e longitudine geografica e spirituale, in ogni epoca e stile, tradotti nei più diversi materiali: scolpiti in oro, argento, gemme preziose, bronzo legno policromo, avorio, corallo; in affresco sui muri o dipinto su tavola – l’immagine del crocifisso rimane fedele a stessa eppure risente della devozione, della teologia e della spiritualità dell’epoca, del temperamento dell’artista, dei dettami della Chiesa,. Così la memoria di quell’evento salvifico avvenuto una volta per sempre nella storia con la morte di Cristo in croce avvenuta alle tre del pomeriggio del 7 aprile dell’anno 30 (corrispondente per gli ebrei all’ora nona del 14 del mese di Nisan), quell’avvenimento unico nella storia di Dio che muore crocifisso si ripete con uguale efficace in ogni tempo e in ogni luogo, in ogni storia e geografia umana, con una bellezza sempre nuova.
Separare i vari elementi che caratterizzano la storia del Crocifisso, le varie interpretazioni della Croce e dell’Uomo della Croce è utile allo studio ma, alla fine, ogni Crocifisso fedele alla Tradizione riesce miracolosamente a tenere uniti in sé i vari significati, a renderceli presenti in una sintesi visiva di sorprendente contemporaneità che lascia pieni di stupore. Come ogni brano della Parola di Dio, così ogni crocifisso è vivo e rivela pian piano il proprio segreto, ci parla oggi come ha parlato ai santi e ai semplici di ieri e dell’latro ieri, rivelando un messaggio di salvezza che è personale per ciascun uomo, un messaggio “scritto” nella sua stessa materia. Se, come ha scritto Bernardo di Chartres, rispetto al passato siamo “come nani sulle spalle dei giganti”, tutto ciò è ancora più vero riguardo al Crocifisso: siamo poveracci sulle spalle di Cristo crocifisso e da quelle spalle, come dalla prua di una nave, possiamo vedere il cielo.