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Il mio primo Pinocchio

Guido Clericetti
Ed. Mimep Docete

Un nuovo Pinocchio, anzi antico

C’era una volta un pezzo di legno. Guido Clericetti interpreta Pinocchio. Lo fa con le immagini dei suoi caratteristici personaggi dal volto segnato da due piccole croci al posto degli occhi. E lo fa con le parole condensate in strofe poetiche che accompagnano le sue 40 tavole qui pubblicate. Parole e immagini si integrano perfettamente per “la gioia di grandi e piccini”, come si diceva una volta; il tutto nel solco della grande tradizione dell’illustrazione italiana per ragazzi. Ne esce un Pinocchio nuovo, diverso, eppure fedele all’icona del burattino più famoso del mondo, uscito dalla fantasia di Carlo Collodi nel 1883 e interpretato in centinaia di edizioni da una fitta schiera di artisti e illustratori.

Per usare l’espressione di un poeta come Pascoli (contemporaneo di Collodi e come lui toscano) il Pinocchio di Clericetti ha “qualcosa di nuovo, (…) anzi d’antico”. E comunica bene il sapore di questa parabola universale che ci fa riscoprire il senso profondo della vita nella sua dimensione di rapporto con l’origine: ogni uomo ha un padre alle spalle che è prima di lui, gli vuole bene e non lo lascia solo.

Il burattino Pinocchio nasce nella bottega di Geppetto, “luogo” primigenio, odoroso di colla e trucioli. E “nasce” da una materia all’apparenza comune, grezza, volgare – un ciocco di legno buono solo per il caminetto – ma che ha una particolare caratteristica: è un pezzo di legno “parlante”. Mentre Geppetto lavora per scolpire in quel legno l’immagine del suo “figliolo”, mastro Ciliegia, l’anti-Geppetto, lo osserva con aria scettica da sotto i suoi occhiali da perfetto “scientista” che crede solo a ciò che vede e si domanda: come può un pezzo di legno parlare? e come potrà nascere da quel pezzo di legno un burattino che parla, salta e fa moine? e infine come quel burattino potrà trasformarsi in un bambino in carne e ossa, con un cuore capace di voler bene al suo papà? La storia di Pinocchio è dunque la storia di una continua lontananza e di un continuo riavvicinamento alla figura del padre perduto. Qualcosa che assomiglia alla lontananza da Dio nel peccato e alla Sua vicinanza nella Grazia.

Pur attraverso la semplice grafia dei suoi personaggi dagli occhietti a croce, Clericetti riesce a conferire a ciascuno dei protagonisti del Pinocchio collodiano una particolare personalità. Questi personaggi portano negli occhi il sigillo silenzioso di una ricerca: la ricerca di ciò che invisibile agli occhi (ciò che è essenziale è invisibile agli occhi, dice la rosa al Piccolo Principe). Lontano da qualsiasi forma di moralismo, Clericetti segna tutti con queste sue stimmate: i buoni e i cattivi, Geppetto e mastro Ciliegia, la Fata dai capelli turchini e Lucignolo, il Gatto e la Volpe, e persino il grosso Pesce, il Cane e l’Asino portano i segni di un cammino, di una ricerca, di un destino comune.

Pinocchio fiaba teologica? Sì, se si vuol vederla da questa angolatura. Ma anche fiaba laica, se si vuole fermarsi al suo alto contenuto morale. Se l’immagine del Grillo parlante richiama quella della coscienza che parla nell’intimo di ciascun uomo, quella di Geppetto prigioniero nel ventre del Pescecane ricorda l’immagine biblica di Giona biblico inghiottito dal Leviatano. Dietro l’immagine della Fata dai capelli turchini poi si nasconde il principio femminile della Sapienza (l’antica Sofia greca) e anche della salvezza cristiana (Maria corredentrice). È lo stesso Clericetti a rappresentare la Fata turchina nel suo prezioso abito blu, circondata da una raggiera d’oro e che s’innalza come un’apparizione sopra il burattino, steso a dormire nella paglia come un piccolo Gesù. E ciò concorda sorprendentemente con quanto ha sottolineato agli inizi del Novecento riguardo alla Fata un grande scrittore cattolico, Piero Bargellini: “E' una figura molto misteriosa. Appare, scompare; ora sembra una mamma amorevole, ora sembra una sorella affettuosa. E' lei che aiuta sempre Pinocchio, anche di lontano, anche dimenticata. Sapete a chi mi par che somigli questa celeste fatina? Ad un'altra celeste figura che aiuta tutti gli uomini e li protegge dal male: alla Madonna”.

L’universo poetico di Clericetti, i suoi personaggi, così uguali e così diversi da se stessi, rivelano dunque un carisma visivo e una cifra espressiva semplice ed immediata con cui l’Autore potrebbe “ri-vestire” e “ri-scrivere” con successo anche altri classici della letteratura. A cominciare da I Promessi Sposi di Manzoni, dal Don Chisciotte di Cervantes o dall’Odissea di Omero. Promesso, Guido?