Dicembre 2009

Francesco Roda

Intavolature per spatola e oro

Una serena consapevolezza del senso del mondo e delle cose traspare da queste tavole di Francesco Roda. L’autore sembra sottolinearvi la struttura della realtà, la sapienza nascosta dietro le apparenze con una intensità e una sicurezza di segno che sono il frutto di anni di esperienza e ricerca artistica; non solo, ma anche e soprattutto di un lavorio interiore, di un confronto tra il proprio io pensante – e dipingente – e ciò che è Altro da sé.
Si tratti di un paesaggio astratto, di una figura umana o di una natura morta, nella pittura di Roda si incontra questa misura, questa segreta corrispondenza che c’è tra l’occhio e la realtà. È una misura estetica prima che morale, affettiva e poi d’intelligenza. Ed è in continuità, mi sembra, con lo sguardo con cui la cultura occidentale ha, fin dalle sue origini, guardato al mondo con la brama di cercarvi la verità, prima di cadere nella voragine del nichilismo in cui rischia oggi di naufragare il pensiero e con esso l’arte.
Ricostruendo il percorso di Roda bisogna notare come egli sia giunto fin qui. Partendo dalle sue prime opere giovanili, come la serie dei “Cavalli”, ispirate a una misura classica; e poi, attraverso i quadri di “Paesaggio” della sua prima maturità artistica; per giungere infine oggi, attratto dalle suggestioni dell’action painting e dell’informale, a una seconda giovinezza artistica nel segno di uno stile veloce e immediato. Uno stile che potremmo definire “realismo astratto”, dove la gestualità del fare pittorico si traduce in elementi essenziali, semplici e ben riconoscibili.
Il primo elemento che caratterizza il fare artistico di Roda è la struttura prospettica che sottende alle sue opere, quasi una specie di rete invisibile in cui l’autore imposta e quasi imbriglia – “a memoria” e con estrema naturalezza – lo spazio della tavola su cui lavora poi d’impeto, creandovi, quasi di getto, gli elementi delle sue figurazioni (marine, figure femminili, nature morte) e controllandovi con estrema misura gli inserti materici e i collages.

PesceLa ricerca di una misura e di una struttura del mondo si ritrova esplicita nella composizione PESCE, dove il soggetto guizza e palpita di vita pur nella sua apparente immobilità; lasciandosi cadere, inerte e passivo, sul mare-prato, sotto un profondo cielo blu; la stessa tavola può essere osservata a rovescio (scambiando l’alto con il basso) e trasformarsi nel salto di un pesce fuori dall’acqua, sotto un cielo azzurro e sulla superficie di un mare artico, impenetrabile e glaciale. Ma è nella composizione SALTO, rielaborazione del precedente PESCE, che la sintesi pittorica di Roda si fa moderna e precisa, matematica come nel ductus artistico di Paul Klee. Rintracciando la struttura del microcosmo e scoprendola corrispondente a quella del macrocosmo, Roda sembra qui individuare la sfaccettata e poliedrica struttura della materia, la texture dell’acqua e del cielo, identica nei suoi frattali, così come l’anima del cielo è identica all’anima dell’acqua. E scoprire che ambedue gli elementi – l’acqua e il cielo – aspirano a diventare l’uno lo specchio dell’altro.
Il secondo elemento che caratterizza la pittura di Roda è la capacità di presa fotografica che questo artista dimostra di avere sulla realtà. Egli prepara la superficie delle sue tavole come un chimico la sua lastra fotografica, ottenendone una superficie sensibilissima a ricevere, nel suo spessore materico, l’incisione di luce e ombra di paesaggi interiori. Il realismo astratto di Roda è fatto di questi veloci scatti sulla realtà, che possono richiamare un soggetto preciso in chi guarda – per esempio un bosco con neve –; ma che per l’autore possono essere altro, per esempio una MARINA. Non importa la corrispondenza titolo-soggetto, perché il soggetto vero di ogni quadro è la libertà dell’incontro tra la visione interiore dell’artista e l’occhio di chi guarda. Anche nella scelta dei colori primari e addirittura nella monocromia di alcune tavole Roda dimostra di voler raggiungere una comunicazione ridotta all’essenziale.
La simultaneità tra preparazione del fondo e registrazione dell’evento dimostra la sua capacità di saper tradurre nello spessore stesso del colore, con il gesto rapido e sintetico della spatola, la trama delle immagini che si affacciano alla memoria interiore. Un solo gesto, dunque, compie l’artista per fotografare e stampare, cioè dipingere, la propria esperienza; traducendola – come un artigiano del XXI secolo o, se si vuole, come un testimone – in immagini che hanno il brivido della realtà travolta da un senso spiccato del Mistero.
Infine, come terzo elemento, occorre notare come Roda scelga come formato del suo spazio-quadro – confine di un’ideale invisibile cornice, quasi un’aura che irradia intorno – una misura incerta tra il quadrato e il rettangolo, ma che tende forse a un’intuita, più che misurata, sezione aurea, rapporto che sta alla base del tempio greco e dell’icona ortodossa. Ed è proprio nella tradizionale astrattezza della pittura di icone, con i suoi fondi oro e la mancanza di prospettiva rinascimentale, che Roda trova il punto di forza su cui far leva per superare i rischi dell’istintualità dell’action painting. In composizioni come TESORO, BATTAGLIA, TESORO SOMMERSO, TABERNACOLO l’artista giunge così a fissare a sorpresa, nel flusso del mondo, attraverso il fluire sciolto della sua spatola, la dimensione del sacro nel quadrato, simbolo di oggettiva stabilità. Inoltre, in alcuni casi, nell’accostamento di due superfici proiettate su un unico piano, suggerisce la profondità cubica di un altare dando all’oggetto una dimensione ancora più certa di verità nella sua capacità di imprigionare nelle sfaccettature dell’oro la luce al centro del quadro. L’oro segna così il luogo dell’evento e della luce. Il luogo dell’adorazione. Il Tabernacolo. O il Tesoro perduto, sommerso e rinvenuto per grazia tra i fondali di una ricerca interiore. Aniconismo? Negazione della pittura? O forse anelito a un linguaggio nuovo, forse alla scultura, come nella composizione SFERA in cui l’elemento Tabernacolo riassunto in un globo azzurro, suggerisce l’idea di un bozzetto per l’idea di uno spazio liturgico.

TommasoRicostruire uno spazio e un tempo per il sacro. A questo sembra alludere la ricerca artistica di Roda. Cerca a mio avviso una collocazione in un adeguato contesto liturgico un’opera come TOMMASO (dall’”Incredulità di Tommaso” di Caravaggio), in cui le macchie di colore degli apostoli vibrano e conducono lo sguardo all’intensità di quel “dito” che il discepolo incredulo punta nel petto del suo Maestro; e cerca un’altrettanto adeguato contesto la tela-studio SAN MAURIZIO (da El Greco), in cui Roda applica suggestivamente il “non finito”.
Ricostruire. Lo strumento che Roda adotta per la sua pittura – la spatola – ricorda la forma della cazzuola del muratore e il lavoro paziente del monaco che costruisce (e ricostruisce) le mura del suo monastero, così come appare in certe miniature medioevali. È lavorio familiare di bottega anche quello di Roda, che dipinge per sé nella sua luminosa cucina-cella, coi pennelli e i colori lasciati sopra il frigo e le tavole già concluse accatastate ad asciugare tra le sculture della figlia e le chitarre del figlio (che ha ereditato dal padre la stessa passione per gli strumenti a corda: Roda è diplomato in violoncello e insegnante di chitarra). Così, per analogia, le tavole di Roda possono anche suggerire in chi le guarda un amore per le geometrie sonore di Bach e le sue intavolature per liuto. Architetture musicali. Ricerca dell’armonia mundi.
Le pieghe che increspano il sudario della tavola FIORI suggeriscono infine una pittura intesa come “pelle aggrinzita del mondo”, “sindone laica” di un improbabile (ma forse intravisto) Sacro Volto, bendato e flagellato, nascosto e mimetizzato dal colore verde che lo svela e lo rivela, piuttosto che dal colore giallo che lo nasconde e lo vela; colori di primavera, di quel “terribile aprile” che il poeta inglese T. S. Eliot ricorda come il tempo terribile della Passione di Cristo. Volto che è silenziosa e inconsapevole scoperta fatta da Roda stropicciando la carta della tavola FIORI dove, in cornice, la natura si contrae nel grazioso e gentile tratteggio erboso.

Alfredo Tradigo