Aprile 2011

EN AVEDAT

...verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre
e nell’ombra della morte
e dirigere i nostri passi sulla via della pace.

Luca 1, 78-79

 

Stanchi, madidi, stravolti, noi
non ci rendemmo conto, in quel giorno
(un lunedì d’agosto del duemiladieci)
ed in quel luogo (En Avedat,
parco nazionale dello Stato d’Israele,
regno degl’ibex simili a stambecchi,
pieno deserto del Neghev,
scendendo dal kibbutz che ci ospitava),
del significato di quel nostro primo itinerario
sulle orme di Abramo, d’Isacco,
della sposa sua Rebecca – e di Gesù.

Dalla fresca azzurrità in penombra
della polla sorgiva dello wādī Zin,
scambiata erroneamente –
nell’angolo riposto dell’immenso canyon –
per la meta finale da cui tornare indietro,
senza grossi sforzi, al punto di partenza,
eravamo risaliti, lungo uno stretto,
serpeggiante, interminabile sentiero
scavato in un bastione verticale di calcare,
e tramite scalette in ferro
più da rocciatori che da pellegrini,
fino al bordo di un arido pianoro abbacinante,
calcinato dal sole meridiano
che giungeva proprio allora in cima al cielo,
al suo perfetto zenit.

Non una scalata ci era parsa, ma
– come se avessimo marciato
capovolti, a testa in giù – una discesa agl’inferi.
Vedendo in lontananza il torpedone
parcheggiato a sorpresa sul ciglio d’una strada,
in attesa della nostra piccola colonna
di cristiani (di giudeocristiani?) ancora
sulla soglia della vera e propria Terrasanta,
credemmo ad un miraggio. Ed era
invece, grazie al condizionamento d’aria
messo subito in funzione da Moussà,
il nostro bravo autista beduino, la salvezza.

Solo oggi, in questa nuova e nel mondo
nuovamente tormentata prospettiva
sulla Pasqua, noi possiamo,
cari amici della mia parrocchia milanese,
constatare che quel nostro durissimo cammino
non fu attraversamento d’un inferno
camuffato da terrestre paradiso,
ma penitenziale ascesa incontro all’Assoluto,
quasi un passaggio dall’Antico
al Nuovo Testamento, dalla nostra vecchia
umanità a quella rinnovata del Vangelo,
una conversione dal razionalismo occidentale
alla pura fede dell’Oriente:
battesimo di sole, di fatica e di sudore,
mortificazione dei piedi e delle gambe
ma d’anime lavanda che umili ci rese e degni
di non essere accecati, nei giorni successivi,
alla vista dell’altare del Calvario,
del Sepolcro Santo, della vetta del Tabor
che ogni cosa nel fulgore trasfigura.

Oggi solamente, con lo sguardo rivolto
all’Uomo della Croce, ma col cuore in corsa
verso la tomba che fra poco rivedremo
spalancarsi sul mistero della vita senza fine,
noi possiamo, memori del viaggio in Palestina,
di quanto ci ha donato in abbondanza,
pronunciare una preghiera per la Pasqua eterna:

Giunga, Signore, finalmente il giorno
in cui sul Monte Tabor si raduneranno,
provenienti dalla pace
e dal silenzio primordiale dello wādī Zin,
pellegrini di tutte le nazioni, donne e uomini
e bambini di tutti i tuoi popoli sparsi sul pianeta,
e tutta – da Oriente ad Occidente –
la Terra sarà santa.

Marco Beck
Pasqua 2011