Dicembre 2009

ANTE DIEM

La più piccola, la bionda, s’era di colpo addormentata nell’incavo tra il braccio immoto e il fianco ansante di suo padre adagiato sopra un rozzo pagliericcio. Guizzi di luce vacillante spandeva d’intorno una lucerna nel misero cubiculum situato a un piano tra i più alti di un’insula gremita di famiglie in disagiate condizioni provenienti da remote o prossime regioni dell’Impero. Singhiozzava l’infelice sposa, rannicchiata a terra, sull’assito polveroso, in un angolo fasciato di penombra. «Pneumonìa» aveva sentenziato, scuotendo il capo e facendo con gesto sbrigativo scivolare in una piega del mantello la moneta ricevuta dalla donna, il medico venuto a visitare il sofferente. «Non vi resta altro» aveva aggiunto sottovoce «che pregare il dio Esculapio».

Ma dov’era finita intanto la maggiore, la bambina saggia dalla bruna chioma, spaventata, eppure sempre pronta ad aiutare la sua mamma nell’assistere e curare l’uomo, il padre, dilaniato da una febbre perniciosa? Ricomparve all’improvviso, svelta. Teneva tra le mani una piccola conca di legno levigato: la si sarebbe detta… anzi, a ben guardarla, era una culla, certamente. Vuota. «Ti sembra il momento» mormorò sua madre «di metterti a giocare con le pupulae?». «Non è un giocattolo, mater» si difese. «Questa culla non è per me o mia sorella, ma per lui», e puntò il dito verso la figura inerte stesa sul giaciglio. «Dove l’hai presa?». «Me l’ha data un bel ragazzo sconosciuto che ho incontrato poco fa sul pianerottolo, qui sotto. “Consegnala a tuo padre” m’ha raccomandato. E prima di lasciarmi, di sparire, ha detto una frase molto strana, misteriosa». «Quale?». «“Gloria in excelsis Deo et… et patri tuo in terra pax”. Che cosa mai potrà significare? Tu sai chi è questo Dio glorioso?». La donna rimase sbigottita. Spalancò la bocca, la richiuse. Non aveva trovato una risposta. La bimba si curvò. La culla fu deposta sul petto del malato.

La notte era avanzata, vicino un albeggiare indefinito. Esalava da un braciere un filo ancora tiepido di fumo. Tutti, nel silenzio, giacevano prostrati sul pietrisco d’un sonno ottenebrato, senza sogni. Anche l’infermo. (O forse era già morto. Poteva essersi spento, privo di vita, come s’era estinta la lucerna, rimasta priva d’olio.) Un lieve ticchettio di nocche sul battente della porta risvegliò la donna. Si riscosse. Andò, alzandosi a fatica nella fitta oscurità, a disserrare l’uscio. Ed intravide il volto familiare dell’ostetrica che qualche anno prima l’aveva fatta per due volte partorire. Reggeva tra le braccia un fagottino umano. «È il figlio appena nato» sussurrò «dei tuoi vicini ebrei. Ne abbiamo, dopo il parto, sentito pronunciare ad alta voce il nome: Joshuà, Joshuà! Qualcuno lo chiamava, qui da voi. Miryàm, la madre, esausta ma felice, m’ha detto di portarvelo a vedere». «Da qui, da questa stanza, qualcuno l’ha chiamato?» si stupì la donna. E tutt’a un tratto vide illuminarsi – come se li stesse schiaffeggiando un sole inconcepibile, notturno – i volti della vecchia levatrice e del neonato. Si girò. Dalla culla posata su un torace finalmente quieto, senz’affanno, una luce sfolgorante scaturiva. L’uomo, aperti gli occhi pieni di riflessi, si drizzò seduto, adagio accarezzò la piccola dormiente accanto a lui, poi si mosse cauto. L’ostetrica gli porse il bambinello. La culla era lentamente scivolata sull’assito, capovolta.

Il giovane romano, il padre delle due bambine, ancora pallido ma ritto sulle gambe, un po’ malfermo, lo sguardo tuttavia sereno, e docile il respiro come al placarsi d’una mareggiata la risacca, prese il bimbo ebreo piangente e sorridendo se lo strinse, quasi un terzo figlio, al cuore. E lei, la moglie, ritrovatasi d’impulso inginocchiata ai piedi del marito col piccolo Joshuà levato in alto, congiunse le palme delle mani, aderenti alle manine della figlia grandicella, in un gesto d’umile preghiera, tra le ciglia lacrime sospese di gioia e di speranza. “Un dono votivo” promise “andrò a portare, se è guarito – no, non certo al tempio di Esculapio, ma piuttosto a…”.

Era appena incominciato un giorno uguale a molti altri. Ante diem octavum Kalendas Ianuarias: così, a Roma, veniva designato il venticinquesimo del mese di dicembre.

Marco Beck
S. Natale 2009