Gennaio 2010

NATO PER ATTIRARE

Se penso che già prima di “ nascere” si faceva sentire, capisco che è grande.
Anche se, fasciato da questa nostra debolezza umana, sembrava davvero un bambino.
Parlava dal grembo di Sua madre. E, prima ancora, parlava a Sua madre, standole in grembo.
Così, sino dall’inizio, all’ombra di Lei gestante, si era presentato a un primo ristretto mondo.
Quello di Elisabetta e di Giovanni. E si era gustato la loro irrefrenabile esultanza, esultando Egli stesso insieme a loro, chinandosi verso di loro con tutto il suo Essere trasparente.
Si era rivelato. In tutta la sua verità. Mostrando un nome, il nome di famiglia.
“Io sono”, il suo nome, scritto dall’interno sulla lavagna dei loro tre cuori.
Semplice e pura presenza. Onnipotente e totale presenza. Tenera e delicata presenza.
Come un battito fetale. Il lieve mormorio della carne, che tocca altra carne, noto ad ogni donna quando la maternità si impossessa per amore del suo grembo, straripando in vita nuova.
Gesù. Di Lui si parla. Di Lui ci si innamora, ritrovandolo fedele in questo ancora intonso Natale.
Gesù, la stella vera, che trascinava dietro di sé, come un segnale l’altra, quella lunga e cometa, che era solo un post-it di luce realizzato per commuovere la caparbietà umana.
E, da subito, in un turbinio di arrivi, il luogo del parto di Maria, ospita un popolo di occhi, una folla di fiati sospesi, una babele di silenzi. Una stanza di partecipazione. Ecco, cos’era la capanna.
Perché gli uomini si accalcano in stanze, stretti gli uni agli altri per raccogliersi nel dolore, per consumare insieme una gioia, per intrattenersi sul limite della vita, sia esso nascita o morte.
E, radunandosi, lasciano fuori ancora più palpitante un intero universo nel quale stanno larghi, rispettosi o no, ma comunque insostenibilmente poveramente spersi.
Le mani di Gesù accarezzavano l’interno del grembo di Maria.
Le mani di Gesù ora tastano l’aria. Si muovono a tentoni sulla creazione.
Cercano il profilo di un volto. Misurano l’alba del mondo, che è appena arrivato da Lui.
Gesù si sporge sulla terra, senza lasciare il cielo. Gesù riguarda il cielo, premendo il suo piccolo corpo sull’atterraggio di paglia , che gli hanno preparato. Ne scopre il caldo umore sulla pelle.
E già, prima che i suoi occhi si aprano a guardare, già guarda il suo cuore, già palpita di un sentimento mai provato per ogni cosa e per ciascuno. Un lacerante amore da Dio.

Nuvole di pecore senza pioggia danzano vicino a lui. Anche un gregge umano danza.
Ogni essere vivente l’ha sentito nascere. Ha pianto per quel suo primo pianto e poi ha riso del suo primo respiro. Ampio come le notturne valli del silenzio è il suo respiro.
Respira Gesù. Respira ogni cosa attorno a Lui. Respira i poveri e gli umili, che stanno nel deserto. Respira i ricchi profumi d’oriente, custoditi durante i disagi del viaggio.
Essenze amare, che assaggiano il dolore. Essenze inebrianti, che esaltano l’amore.
Amore e dolore sono le rime dell’esistenza. Amore e dolore. Due sponde dell’unico fiume.
E poi il luccichio dell’ oro, che non brillerà mai per nessuno come farà il suo sangue.
Respira il pane avvolto nella tela grezza. Respira l’acqua fresca della notte.
Respira i cori degli angeli, mandati dal Padre ad accompagnarlo. I sussurri dei pastori.
Il tempo è fermo. Lo spazio trema. Null’altro esiste che quella nascita offerta al mondo.
L’amore di Dio, permane espanso, eppure per puro desiderio si versa totalmente in Lui.
Dal cielo come in una clessidra l’Amore si convoglia, si stringe nella sua persona, riprende la sua corsa in Lui e verso la nostra direzione.
Senza precarietà di limiti. Eterno come Egli è.
Gesù il conquistatore. Al suo primo vagito si allinea la terra. Si paralizzano i cuori.
Si sospendono i progetti. La storia scivola come su un piano inclinato verso di Lui.
Poi riprende ad andare. Ma con un passo per sempre diverso. Sarà un passo di salita.
Perché Lui è la meta e Gesù appena nato è già Signore. Il suo destino è un monte.
E gli sguardi degli uomini non possono che farsi alti, che farsi scalatori estremi.
O credono forse gli uomini che l’Amore resti impigliato alla cometa?
Gesù , impastato con il nostro fango, ha fiorito il frumento del suo pane.
Il Pane suo, unico sulla terra, nutre e raduna. Il Pane suo ci chiama tutti.
Gesù, bontà dell’universo e sua bellezza, nato per attirarci.
Dal fondo e liquido bagliore della nostra flebile luce.
Dal compatto e opaco torpore del nostro presente buio.
A cominciare ancora da stanotte. Da questa notte santa.

Tiziana Filipponi