Dicembre 2011

IL DODICESIMO SOGNO

Ecco la madre, la sua teneramente amata sposa
(soffuso il dolce volto, dopo il parto, ancora di dolore
ma già trasfigurato dalla gioia),
porgergli di nuovo, alte levando le braccia dal giaciglio
di puerpera spossata e sorridente, il piccolo neonato.
Ed ecco lui protendere a sua volta gli avambracci,
farne come una culla primordiale,
accogliervi, in un velo ancora avvolto
di liquido amniotico e di sangue, il nudo corpicino,
tremante di vita nell’incerto tepore della grotta,
quindi accostarselo al viso trattenendo il desiderio
di subito baciarlo, e non invece reprimendo un sentimento
di paterno orgoglio, quasi fosse il figlioletto
anche dal suo seme scaturito, dalla sua virilità mortificata.

Stava di nuovo – pensò mentre sognava –
facendo il sogno che sempre, tutti gli anni, alla vigilia
del giorno natale di Iesoûs, tornava a visitarlo.
Quante volte aveva nella stessa forma onirica
Josèph, il santo sognatore, rivissuto
l’estasi del primo riconoscersi, pelle contro pelle,
come il padre, sì, comunque il padre dell’Atteso da Israele?
Ma quella notte il sogno ebbe un seguito imprevisto.

La grotta sprofondò nel buio, sino a scomparire.
Sorse in un chiarore d’alba la sommità d’un monte.
E lì, sfinito, anziano, rattrappito, vide
se stesso tra le braccia del figlio, ormai giovane uomo,
giovane com’era stato lui al tempo dell’evento di Betlemme.
Le parti, arcanamente, s’erano invertite.
Poi, come se quel figlio-padre, staccandosi da terra,
le ali avesse dispiegato d’un arcangelo,
in alto si sentì portare, in alto, verso un cielo
che, dipinto d’un inconcepibile turchese,
non era il cielo familiare della sua nativa Galilea.

Di colpo si svegliò, il cuore tumultuante in gola.
Buio tutt’intorno, tenebra profonda. Si chiese
dove fosse: nella grotta? in cielo? nella casa nazarena?
Il lieve, regolare, ritmico respiro della sposa,
girata accanto a lui sul fianco, gli diede la risposta.
Attratto all’improvviso da una striscia quasi impercettibile
di luce che filtrava dalla porta non del tutto chiusa
della stanza attigua, scese dal letto, cautamente,
a passi silenziosi, ovattati, vi si avvicinò,
badando a non turbare il sonno di Mariám,
e sempre senza far rumore, adagio, spalancò il battente.

Davanti gli si schiuse, rischiarata solo in parte
da una piccola lucerna, l’ampia falegnameria, lo spazio
delle opere e dei giorni quietamente laboriosi.
Trasalì scorgendo un uomo che, di spalle, seduto
su una panca, stava chino, concentrato, sul bancone.
Ma quando si voltò e quando gli sorrise,
rivelando lineamenti delicati e tuttavia decisi,
si rese conto, con un senso di sollievo, che non era
un uomo: era un ragazzo, era il suo Iesoûs.

E mentre rifletteva che la morte presagita in sogno
(o la resurrezione?) doveva forse distare
dal presente quanto dall’adolescenza la maturità del figlio,
vide con sorpresa che sul banco da lavoro
nulla giaceva di quanto si potesse immaginare:
non un tronco d’ulivo sottoposto al morso della sega,
non un’asse di cipresso da lisciare con la pialla, oppure...
No. Disteso sul ripiano di legno, il Sacro Rotolo
(erano versetti d’Isaia, o piuttosto la Legge, la Torah?)
nutriva, nel segreto della veglia, una lettura solitaria.

Provò Josèph, allora, l’assurda tentazione
di prendere Iesoûs sotto le ascelle, di stringerselo al petto
e, come dodici anni prima, cullarlo tra le braccia.
Ma non era più – si disse – il tempo di sognare.
Solo, leggera, gli posò una mano sulla spalla. Con amore.

Marco Beck
Natale 2011