Pasqua di Resurrezione 2015

L’ultimo ritorno

Giunse infine l’anima del tebano Tiresia, […] mi riconobbe e mi disse: «[…] Un dolce ritorno tu cerchi, glorioso Odisseo; amaro invece te lo farà un dio. […] Ma quando, nella tua casa, avrai ucciso i Pretendenti, […] prendi allora l’agile remo e rimettiti in viaggio: va’, fino a che giungerai presso genti che non conoscono il mare, che non mangiano cibi conditi col sale, che non conoscono navi dalle prore dipinte di rosso, né gli agili remi che sono ali alle navi. Ti indicherò un chiaro segno perché non ti possa sbagliare: quando un altro viandante, incontrandoti, ti dirà che sulla nobile spalla porti un ventilabro, pianta allora in terra il tuo agile remo, offri al dio Poseidone sacrifici perfetti […] e fa’ ritorno a casa […]. La morte verrà per te lontano dal mare, ti coglierà dolcemente in una vecchiaia serena. Avrai intorno a te un popolo ricco e felice. Questa è la verità che ti dico».

Omero, Odissea XI 90-137 (trad. di M.G. Ciani)

«Ho visto che scendevi dalla snella nave, al porto,
senza il sacro remo con il quale eri partito.
Sei riuscito, dunque, a conficcarlo al suolo
in qualche terra forestiera?» gli chiese trepidante
la sua sposa, un velo d’incertezza inquieta
steso sopra gli occhi di color del fiordaliso.
Si limitò, con un cenno del capo ormai quasi
del tutto incanutito, l’eroe navigatore ad annuire.
«E ciò significa» Penelope riprese a interrogarlo,
un sorriso esitante sulle labbra di color del croco,
«che oggi sei tornato per non più salpare?».
E con le braccia affusolate di color del giglio
le spalle avvolse del suo uomo, ancora muscolose,
e fremendo di passione se lo strinse al seno.
Con la stessa intensità con cui, giovane sposo,
l’aveva contemplata nel concedersi all’amore,
Odisseo la fissò. Rivide concentrate sul suo viso
le fattezze di Circe, di Calipso, di Nausicaa,
di tutte le umane o sovrumane donne delle quali
s’era, navigando interminabilmente, innamorato,
senza mai nessuna amare quanto aveva amato,
quanto ancora adesso amava lei, la sua regina.
Saggia e nobile e matura come prima la recuperava,
e insieme la trovava fresca e vitale e giovanile,
come sarebbe potuta a quell’epoca apparire
la figlia così desiderata che non aveva fatto in tempo,
prima che gli Achei dirigessero la flotta verso Troia,
a seminare in grembo alla sua sposa, donando
al piccolo Telemaco, in sua assenza, una sorella.

«È il mio ultimo ritorno» garantì l’eterno viaggiatore.
«Accanto a te io rimarrò sino alla morte. Se questa,
almeno, è volontà di Poseidone, o piuttosto
di quell’eccezionale personaggio che m’indusse
a piantare in terra l’agile remo della profezia».
«Il viandante, intendi...?». Di bruciante aspettativa
s’accese lo sguardo di color acquamarina della donna.
«Sì, proprio il viandante misterioso che Tiresia
mi vaticinò quando, scavata una profonda fossa,
dall’abisso dell’Ade lo evocai perché mi rivelasse
il mio destino, la conclusione del mio peregrinare».
Un’ombra attraversò quel maschio volto modellato
dai venti di tempesta e dagli spruzzi. Apparve
a un tratto in preda ad un intenso turbamento.
«In realtà non udii il viandante pronunciare» seguitò
«testuali le parole tanto attese, le parole decisive
che l’anima del vecchio di Tebe, l’indovino cieco,
m’aveva infisso in fondo alla memoria e al cuore.
Nel venirmi incontro in cima a un colle desolato,
al centro d’una terra da popoli abitata che né l’uso
conoscevano del sale né le navi dalle rosse prore, disse:
“Quello che potrebbe sembrare un ventilabro
e invece è un remo, deponi, straniero, dalla spalla
e dallo a me”. S’ergeva in controluce, non riuscivo
a vederne chiaramente i lineamenti. Ebbi comunque
l’impressione che fosse un uomo giovane, prestante.
Per un attimo pensai (sperai? temetti?) d’aver di fronte
un dio disceso dall’Olimpo con sembianze umane.
Ma ciò che più mi sbalordì fu che anch’egli
portava sulla schiena un legno simile ad un remo,
ed era invece... Cosa fosse, trasalendo lo compresi
quando al mio remo lo congiunse di traverso,
ne formò una croce con due assi perpendicolari, e poi
mi chiese di spingerne la base a fondo nel terreno:
sinistro monumento, immagine tremenda, tenebrosa.
E tenebre improvvise calarono in effetti su di noi,
sul colle arcigno, sull’intero paesaggio circostante.
Ed intravidi in quell’oscurità un corpo umano appeso,
braccia spalancate e piedi sovrapposti e capo chino,
ai legni che il viandante aveva poco prima,
incrociandoli, saldato in modo che ne scaturisse
quell’imprevedibile, infamante patibolo mortale.
Intorno mi guardai: ed ecco che il viandante
era scomparso. E di colpo mi resi allora conto
ch’era lui l’uomo inchiodato alla croce, agonizzante.
E mentre assistevo al suo martirio, ebbi un’intuizione:
non c’era più bisogno di offrire ecatombi d’animali,
carni dilaniate e sangue ruscellante, a Poseidone
o ad altri dèi, essendo quello il solo perfetto sacrificio
che tutti i precedenti olocausti annullava e superava.
Un grido l’aria lacerò, più forte ancora dell’urlo
del ciclope Polifemo. Violentemente la terra sussultò.
Poi persi conoscenza, caddi in una notte fonda.

Quando mi svegliai (quanto tempo dopo, non lo so:
un giorno intero? o forse due, tre giorni?), lo rividi,
il viandante misterioso, il misterioso uomo crocifisso,
nella luce di un’alba inconcepibilmente dolce,
in mezzo ad un giardino profumato di silenzio e pace.
Era d’un candore abbacinante la sua lunga tunica
e il suo volto più del sole, che stava in quel momento
sorgendo (o risorgendo) all’orizzonte, sfolgorava.
“E adesso”, prima che di nuovo scomparisse
mormorò con voce molto più che solamente umana,
“riparti, Odisseo, riattraversa l’invisibile confine
che ti è stato donato di varcare. Fai ritorno,
e sia l’ultima volta, alla tua Itaca. E godi la vita,
d’ora innanzi, con la sposa che ami per tutti i giorni
che mio Padre ancora ti concede sotto il sole.
Sappi che ciò che hai visto uscendo dal tuo mito
è destinato ad avverarsi nella storia dell’umanità,
perché la sua salvezza giunga a compimento”.
“Dimmi il tuo nome” avrei voluto supplicarlo.
Ma s’era dileguato. Ogni cosa taceva, tranne il vento...
Quanto alle vicende più o meno avventurose
di questo mio ultimo ritorno, te le narrerò domani.
Scende la notte. Il talamo nuziale attende i nostri corpi».

«Di tutti i tuoi racconti, veritieri, verosimili o fittizi,
è questo, Odisseo, certo il più incredibile – ed anche
il più avvincente. Solo ti chiedo» Penelope concluse
«se tu credi che potremo mai lasciare la perenne fissità
del mito per entrare nel mutevole mondo della storia
e le nostre vite, uomini tra uomini, nel tempo terminare.
O forse poi, oltre la morte, uniti, tu ed io, ancora...».
«Non a me» lo sposo per sempre ritrovato le rispose,
«ma ad un altro lo dovresti domandare: a colui
che, là dove il mio remo è diventato la sua croce,
m’è apparso come un viandante e un essere divino,
come Uomo e Dio».

Marco Beck