Natività del Signore 2015

Nel pianto e nella gioia

Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose,
meditandole nel suo cuore.
Vangelo secondo Luca 2, 19

Fu dapprima il lievissimo contatto d’una mano sulla spalla.
La figura dell’arcangelo Gabriele
(quello che Mariàm aveva visto, udito, interrogato,
e lui sognato solamente) svanì d’un tratto
prima di potergli consegnare il suo messaggio.
Sentiva ora quella stessa mano
risalire con delicatezza lungo una sua guancia,
carezzargli la barba contropelo. Si lasciò sfuggire
un mugolio insieme di piacere e disappunto,
mentre pigramente, quasi suo malgrado, apriva gli occhi.
Nel gelo acuto e nell’incerta semioscurità
in cui la grotta continuava a galleggiare
(dall’imboccatura un debole chiarore
aveva appena incominciato a filtrare nell’interno)
il soffio tiepido d’un fiato che di gelsomino profumava,
tra naso e orecchio percepì: «Svégliati, Josèf».
Lui si riscosse, sospirando di stanchezza per il poco sonno.
«Sei ancora tu, arcangelo Gabriele?» farfugliò.
«Io non ho le ali, amore mio. Sono la tua sposa».
«Scusami, Mariàm» si giustificò Josèf,
e s’era nel frattempo alzato in piedi, si stava stiracchiando.
«Sai, sognavo, e in sogno m’era apparso...
Ma dimmi, ti prego: il nostro piccolo Jesùs?».
«Ecco, è di lui, proprio di lui che ti vorrei parlare».
«Qualcosa che non va? Sta male?» chiese allarmato.
«No, Josèf, non c’è da preoccuparsi.
O forse sì... vedi, è che... Insomma, ti ricordi
ieri notte, quando ad adorarlo vennero i pastori,
e io lo liberai da fasce e bende per mostrarlo a loro...?».
«Certo che ricordo. Intendi, penso,
riferirti a quel fatto prodigioso: il nudo corpicino
tutto risplendente, come se la luce del sole riflettesse,
anzi, come fosse diventato lui, Jesùs,
un sole di carne che fendendo il buio della grotta
irraggiava luce intorno a sé, una forte, strana luce d’oro
che invece di accecare riscaldava».
«Sì, ma dopo che la folla degli adoratori si disperse e ci lasciò,
dopo che restammo soli, noi con lui soltanto,
la sua pelle smise di brillare. Ritornò... normale».
«Infatti. Nel momento in cui s’addormentò,
s’era ormai spenta quella calda luce misteriosa.
Tremava il Bimbo. Lo avvolgemmo in un guscio di coperte».
«E oggi, poco prima che albeggiasse,
mentre lo accostavo al seno per nutrirlo col mio latte,
scivolarono a terra le sue bende, e in quell’istante...».
«Ha di nuovo ripreso a splendere di luce?».
«Proprio così. E tuttavia... guarda tu stesso».
Mise Mariàm a nudo il capo e il collo del Neonato,
dopo averlo raccolto con trepida cautela dalla mangiatoia.
«Vedi, Josèf? Continua ad emanare
un alone luminoso, ma non è più caldo, non è più dorato.
Ha riflessi cupi, rossoscuri, come di...»
«... come di sangue» completò l’indicibile pensiero della sposa
il falegname, con un brivido d’orrore e di sgomento.
«Cosa pensi che significhi, Mariàm?».
«Temo che qualcosa» gli rispose, anche lei rabbrividendo,
«qualcosa di tremendo stia per accadere».

Fu verso l’ora terza che il sinistro presagio s’avverò.
Udirono un sommesso scalpiccio di passi strascicati.
Un uomo s’era affacciato all’ingresso della grotta, ed era entrato.
Avanzava incontro a loro lacero, ansimante. Barcollava.
Striature di lacrime solcavano il suo volto.
Reggeva tra le braccia il corpo inerte di un ragazzo.
Senza una parola lo adagiò per terra,
in mezzo fra Mariàm e suo marito. Li fissò stravolto.
Trasse un respiro dal profondo dei polmoni.
Poi prese a raccontare. Era già venuto – spiegò –
la notte precedente, insieme a un gruppo di pastori.
Erano stati indirizzati a quella grotta da un’apparizione d’angeli:
cantando, li avevano esortati ad adorare, lì dov’era nato,
il Salvatore, il Cristo, il Re glorioso
(“È per questo, dunque” si disse la madre di Jesùs,
“che mi sembrava d’averlo già veduto”).
C’era anche suo figlio, il suo Eleazàr, ed era ancora vivo.
Lungo la strada del ritorno verso gli stabbi del bestiame
furono assaliti da una banda di predoni.
Pecore ed agnelli, povera ricchezza dei pastori,
agitando torce, urlando nelle tenebre, volevano rubare.
Con daghe e con pugnali scannarono chiunque si opponesse.
Lui tentò, vincendo la paura, di difendere il suo gregge.
E quando un tagliagole gli si parò dinanzi,
lo salvò suo figlio che gli fece scudo
e in pieno petto ricevette un fendente micidiale.
Lui scampò perché si finse morto giacendo sotto il corpo
del ragazzo pugnalato, senza vita.
Dopo che i feroci razziatori scomparvero nel nulla
con le loro prede, lui si caricò il cadavere del figlio sulle spalle.
D’impulso, ripercorse a ritroso il suo cammino
fino al luogo dell’adorazione. Solo lì
pensava di poter lenire il dolore lancinante
che provava per il suo ragazzo così barbaramente trucidato.
Solo lì avrebbe ottenuto che venisse benedetto
prima di andare nella terra dei suoi padri a seppellirlo.

«Noi dovremmo... benedire la salma... di tuo figlio?».
Mariàm, sorpresa, addolorata, si volse lacrimando
– come per materno, illuminato istinto –
verso la rozza mangiatoia ch’era stata trasformata in culla.
E vide che... «Josèf, guarda, il Bambino!».
«Sì» le confermò, «è di nuovo raggiante di dorata luce».
Frenando il pianto rifletté la madre brevemente, poi:
«Recitiamo, Josèf» disse, «il nostro salmo:
il salmo con il quale noi pregammo
quando tu venisti a riferirmi le parole dell’angelo
che t’era apparso quella notte in sogno,
quando il nostro pianto si mutò in consolazione e pace
e tu mi accarezzasti, sorridendo, il grembo».
E mentre suo marito annuiva ed intonava in sintonia con lei:
«Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia...»,
la madre sulla greppia si chinò, con risolutezza sollevò il Bambino addormentato,
curvandosi a terra lo depose con delicatezza su un lenzuolo,
avvicinandolo al fanciullo inanimato.
«... Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Neghev...».
Infine, con fatica, lei reduce dal parto, a metà s’inginocchiò
la madre tra la nuova vita e la recente morte.
Con la mano sinistra strinse di suo figlio
la minuscola sinistra, con la destra chiusa a pugno
avvolse la ghiacciata mano destra del figlio del pastore.
«Chi semina nelle lacrime» continuarono a scandire
le sue labbra, sullo stesso ritmo della voce ferma
e pacata di Josèf, «mieterà nella gioia».
Cominciava, intanto, a sentire accrescersi il calore
che dalla tenera manina di Jesùs passava alla sua mano.
Aveva l’impressione che un fuoco, di lì, l’attraversasse,
una potenza, un’energia vivificante
che per tramite di lei, mediatrice di grazia e di salvezza,
nella mano dura, nel corpo irrigidito come pietra
un soffio trasfondeva, un alito possente
di quello stesso Spirito che, disceso in forma d’ombra su di lei,
l’aveva resa madre del Figlio dell’Altissimo.
«Nell’andare se ne va piangendo,
portando la semente da gettare...».
La preghiera a due voci si sovrapponeva, s’intonava
al respiro regolare del Dormiente.
Si stava ora intiepidendo anche la mano del ragazzo.
Lentamente le guance riprendevano colore.
Un fremito percorse il braccio.
Palpitando, accennarono a dischiudersi le ciglia.
«... Ma nel tornare...» conclusero i due sposi,
scambiandosi uno sguardo d’amorosa intesa, di complicità,
mentre al pastore un timido, ancora incredulo sorriso
fioriva tra il groviglio della barba e i baffi,
«... viene con gioia, portando i suoi covoni».

Ecco, aveva aperto d’improvviso gli occhi il morto.
Si girò dalla parte del Bambino, anch’egli
ad occhi adesso spalancati e più che mai raggiante.
E prima di levarsi in posizione eretta,
prima di sciogliere l’intreccio delle mani,
prima d’inchinarsi a baciare il piccolo Signore della Vita
preso in braccio e stretto al cuore da Mariàm,
prima che suo padre si gettasse singhiozzando tra le braccia
di quell’altro padre lievemente imbarazzato ma felice,
prima che un sottile raggio del sole appena sorto
penetrasse dall’arco dell’ingresso,
fondesse il suo bagliore con l’arcana doratura
della pelle del Neonato, e a poco a poco la spegnesse –
una breve, unica parola d’aramaico quel ragazzo
ch’era stato ucciso, e che stava per essere sepolto in una tomba,
con amore pronunciò: «Jeshuà».

Marco Beck