Natività del Signore 2016

Natale a Malá Strana

Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa; nessun impuro la percorrerà. Sarà una via che il suo popolo potrà percorrere […] Vi cammineranno i redenti. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto. (Isaia 35, 8-10)
Dio non ha ripudiato il suo popolo, che Egli ha scelto fin da principio.[…] L’ostinazione di una parte d’Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato […] infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! (Lettera ai Romani 11, 2.25-26.29)

Giunta di corsa, esausta, in fondo al Ponte Carlo,
l’affanno ancora in gola, nei polmoni, si volse
indietro, stringendo al seno un palpitante fagottino:
nascosto sotto un’ampia piega del mantello,
dentro una piccola gerla – culla verticale, che lei
teneva agganciata con un nastro intorno al collo –,
respirava il figlioletto di solo pochi mesi: Yitzháq.
Il pogrom s’era scatenato all’improvviso, quella sera
d’incipiente inverno. E non più viveva il Maharal,
il grande Rabbi Löw, capace con le sue alchimie
di suscitare in difesa dei giudei, contro gli aggressori,
l’invincibile massa d’argilla del Golem gigantesco.
Riflessi d’alte fiamme tingevano d’un rosso cupo,
come fiotti di sangue, le nubi gravide di neve
sopra il quartiere ebraico, al di là della Moldava.
Era un atto nefando perpetrato da cristiani?
Non riusciva a crederlo. No – pensò –, cristiani veri
non avrebbero scelto d’agire, d’ammazzare,
di predare, distruggere, incendiare, profanando
la vigilia del più sacro giorno della loro tradizione:
quello in cui commemoravano la nascita laggiù,
in terra d’Israele, di un Messia umile e glorioso,
venuto – dicevano – a portare per tutti la salvezza,
a donare con la morte sua la vita senza fine.
Non potevano, quegli assalitori, essere cristiani:
era un’empia folla di feroci razziatori, d’assassini.

Emise un gemito il bambino, consumato dalla fame.
Ma niente per sfamarlo, per nutrirlo, aveva Sarah.
La segreta fonte, la materna scaturigine del latte
era stata disseccata dal terrore, dall’angoscia
della fuga lungo i vicoli tortuosi dell’angusto ghetto,
dal tormento del distacco dal suo sposo Abhram,
rimasto a combattere contro la violenza antisemita,
dall’orrore per le grida d’agonia degli innocenti.

Sempre più oscuro intanto, tenebroso, tempestoso
si faceva il cielo; sempre più tagliente il vento;
aghi di ghiaccio turbinavano impalpabili nell’aria.
Rabbrividì. Il bimbo s’era addormentato. Lo avvolse
ancor più strettamente nell’abbraccio del mantello.
E con fatica immane riprese il suo cammino
nell’intrico di viuzze scivolose dell’isola di Kampa.
«Adonai, Signore, Padre nostro» pregò con fede
ardente, con tutto l’amore con cui sapeva amarLo,
«se Tu ci salverai, se Yitzháq e me Tu salverai
da questa inondazione d’odio, di furore e morte
che l’antica città sta sommergendo, che contamina
il suo fiume, che avvelena Praga, ti prometto:
lui, mio figlio, ti consacrerò perché maestro un giorno
possa diventare della santa Legge, della tua Torah.
Ma ora guidaci, Signore, in mezzo a quest’oceano
di buio e gelo, oltre la paura, fino al convento
dei Carmelitani Scalzi, dove a padre František
domanderemo umilmente asilo, pane e protezione».

Sbocciò un ricordo luminoso. Un pensiero riscaldante
le accese in cuore il raggio d’una piccola speranza
mentre alla cieca s’aggirava intorno a Malá Strana.
S’erano incontrati una mattina, lei ancora incinta,
tra le mura del vecchio, venerando cimitero.
Quell’uomo che stava davanti a una stele funeraria
inginocchiato, aveva d’un ebreo la fisionomia,
non l’abito: una rozza, lisa tonaca indossava
di color marrone scuro, e semplici sandali calzava.
Spiegò che in quella tomba suo padre era sepolto.
Nel maggiore camposanto dei cristiani, invece,
la madre riposava. Lui stesso, battezzato, s’era fatto
discepolo di Cristo, seguace di Giovanni della Croce.
František: quello il nome assunto come religioso.
Era venuto per pregare il Dio del padre e della madre,
perché, come uniti erano stati in vita i genitori,
così riconciliasse l’Altissimo gli ebrei con i cristiani
nel segno della pace, del rispetto, dell’amore tra fratelli.
Poi le benedisse il grembo. Stava infine per uscire
quando si voltò: «Sappi che se mai qualcosa di funesto
dovesse qui accadere, il mio convento, la mia chiesa
ti saranno sempre aperti. Karmelitská – ricòrdati –
è la via. Si trova vicino a San Nicola, in Malá Strana».

Si riscosse Sarah a un lamentoso vagito del bambino.
Riaprì di scatto gli occhi, gonfi di lacrime rapprese,
quasi accecati dalla neve che scendeva adesso fitta,
a larghe falde, e sulla fronte si posava, sulle guance.
S’accorse d’essere seduta sulla lastra di un selciato,
la schiena contro il muro di un palazzo o di un giardino.
Doveva aver ceduto alla sua immensa spossatezza.
Sfinita, s’era dunque addormentata... Ma dov’era?
Le venne da pensare, smarrita in quel gelido deserto,
ad Agar, la schiava relegata in un altro, torrido deserto
con Iishmael suo figlio, per allontanarli entrambi
dal virgulto della discendenza legittima di Abhram.
Avrebbe pure lei voluto separarsi dal suo bimbo
per non vederlo morire in quel modo, assiderato.
Ma un angelo di Dio aveva procurato ad Agar
con un pozzo d’acqua l’uscita dal pericolo mortale.
Ora, al di sopra delle nubi, udiva Dio dal cielo il pianto
del bambino? O pretendeva la sua condanna a morte?

«Vieni, Sarah». Voce di un angelo? «Vieni con Yitzháq».
No, era umana la voce che per nome la chiamava.
Verso di lei un braccio si protese, forte di virilità.
Due mani calde strinsero le sue, gelate. Da terra
si sentì con slancio delicato sollevare. Era forse un sogno?
Dischiuse a fatica le ciglia appesantite. E vide in volto
la salvezza: «Padre František» riuscì a bisbigliare.
Dovette solo, sorretta, attraversare la via Karmelitská.
Aveva inconsapevolmente già raggiunto la sua meta.
La porta le si aprì di Santa Maria Vittoriosa. Rimase
abbagliata dal fulgore delle luci, confortata dal tepore.
Una lieve fragranza respirò come di fiori a primavera.
«Vedi?» le disse il suo soccorritore. «Stiamo preparando
la Messa con cui celebreremo a mezzanotte la nascita
di Lui», e sulla destra le additò una fantastica visione:
elevata su un altare, tra stucchi e marmi e dorature
sfavillanti, la statua di un minuscolo sovrano universale
si stagliava eretta, ricca di ornamenti. Un manto
indossava di porpora regale, ricamato a fili d’oro;
simile a una tiara la corona culminava in una croce; svettava la medesima crocetta sopra il globo della Terra
stretto come fosse una pallina nella sua sinistra,
formando la destra con le dita un gesto di benedizione.
«Quel re bambino è...» lei, sgomenta, trepidante, sussurrò.
«Sì. Plasmato in cera, venuto con una principessa,
Polyxena, a Praga dalla Spagna, è il piccolo Gesù,
il Figlio unigenito del Padre, nostro Signore e nostro Dio».

Si mise a contemplarlo intensamente Sarah, i neri
occhi conficcati nei suoi occhi. Una muta preghiera
le salì dal cuore. E mentre stava adagiata su una panca,
mentre la stanchezza si sfaldava a poco a poco,
sentiva riaffluire al petto il ritrovato succo nutritivo.
Allora sulla gerla si curvò, che aveva appoggiato
all’inginocchiatoio, per estrarne Yitzháq ed allattarlo,
dopo aver dischiuso con pudore un lembo della veste.
Ma quando prese il bimbo per le spalle, quando
verso di sé lo tirò su, di colpo trasalì d’incredulo stupore.
Era per intero rivestito da una cappa rossa come fuoco,
trapunta di ricami d’oro: la stessa – avrebbe detto – che...
Lo sguardo sollevò d’istinto. E vide il piccolo sovrano
soltanto ricoperto da una corta, bianca tunichetta.

Trascorse un tempo indefinito. Yitzháq dormiva sazio.
S’era riempita di popolo la chiesa, e d’un brusio sottile.
Un cantico in latino, dolcissimo e solenne, d’un tratto
si levò nella navata, risuonò tra l’abside e la volta.
Poi si spense. Ed echeggiò una voce (e lei la riconobbe):
«In nomine Patris» proclamò «et Filii et Spiritus Sancti».
Ecco: stava nascendo, per i giusti e per gli ingiusti,
un nuovo giorno di Natale – come tante altre volte
in secoli di storia dell’umanità – terribile e sublime.

Marco Beck