Natività del Signore 2017

L’Angelo e l’Agnello

«L’Agnello, che è stato immolato,
è degno di ricevere potenza e ricchezza,
sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione».
Apocalisse 5, 12

«Iosèph, amato sposo mio, ascolta: puoi per un momento
venire qui vicino a me? Ho qualcosa che ti devo dire»
sussurrò la puerpera, una giovanissima donna nazarena.
«Vengo» le rispose prontamente il giovane marito,
lasciandosi alle spalle l’apertura della grotta. «Sai, Mariàm?»
aggiunse mentre verso la più interna cavità, immersa
nel silenzio della notte, camminava, verso la sua sposa.
«Sembrava poco fa» le raccontò «che il cielo, le stelle
e quello spicchio di luna cantassero in coro un inno di gloria.
Quasi come se...». «Abbassa, ti prego, il tono della voce»
gli raccomandò Mariàm. «Non senti? Non t’accorgi?
Iesùs, il mio... il... nostro Bimbo è lì che sta dormendo».
Non sfuggì a Iosèph la delicata, premurosa correzione.
Sorrise, l’anima trafitta da una spada a doppio taglio:
un filo d’intenerimento che s’univa a un velo di malinconia.
«Posso, mi permetti di...» – esitò – «vederlo mentre dorme?».
«Perché mai dovresti chiedermi il permesso?» gli disse,
a sua volta sorridente d’indulgenza, la Madre ragazzina.
«Ma certo che lo puoi vedere. Dopo tutto, non sei tu...?».
Si fermò di colpo, per non pronunciare parole inopportune.
«Bada solo» proseguì «di non fare il minimo rumore»,
e gli additò, alla sua destra, la grande culla-mangiatoia.

Al caldo, sotto una coperta rimboccata con cura fino al mento,
il minuscolo corpo del Neonato, avvolto in fasce, riposava
su uno strato di paglia ammorbidita. Spuntava solo la testina,
protetta da una cuffia che la nonna, Hannàh, aveva ricamato.
A stento la si distingueva dentro il fioco, intermittente alone
diffuso dalla fiamma di una lucernetta appesa a un lucerniere.
Rimase a contemplare il Figlio per qualche istante il padre,
pensando che se l’Angelo non fosse a Nazareth venuto
a proclamare quell’annuncio sconvolgente, ora lui sarebbe
potuto ritrovarsi, di quello o un altro bimbo, il padre vero.
«Non appena ha finito di succhiare il latte, ha chiuso gli occhi».
«Tu gli hai dato il latte... tuo? Credi di averne a sufficienza?».
Annuendo, Mariàm, un poco in imbarazzo, riabbassò
la tunichetta che aveva inavvertitamente lasciato sollevata.
Curvò la schiena intanto il padre non carnale, si chinò in avanti
su quel suo-non-suo Bambino, sino al punto di sfiorarne
con i peli della barba ciglia e sopracciglia immobili nel sonno,
sino ad inspirare, dalle labbra impercettibilmente schiuse,
ancora umide di latte, l’alito leggero, il soffio creatore,
il segno dell’umana incarnazione emesso dal divino Verbo.
«Iosèph, ti prego, non restare in eterno ad adorarlo.
Vieni invece a coricarti accanto a me, sdràiati vicino
alla donna che tu ami e che ti ama». E senza alzarsi,
porgendogli una mano, lo invitò a stendersi al suo fianco.

Giacquero i due sposi spalla contro spalla e con dita
strettamente intrecciate. «Voglio raccontarti un sogno –
o forse solo una visione avuta questa sera in dormiveglia»
mormorò Mariàm, pervasa da una mescolanza di gioia
e di trepidazione che mai aveva conosciuto negli anni
non lontani dell’infanzia e dell’adolescenza con i genitori.
«Mi è riapparso l’Angelo, Iosèph. Lo stesso messaggero
che nove esatti mesi or sono venne a trasmettermi l’annuncio
splendido e tremendo. Lo stesso che in seguito anche tu
vedesti in sogno, che t’incoraggiò a prendermi tua sposa,
nella tua casa, come legittima compagna di vita, nonostante...».
«Sì, erano uguali, non è vero?, le nostre rispettive descrizioni
di Gabrièl: è con questo nome che a te e a me si presentò».
«Ricordi? Quando giungemmo alle porte di Bethlèm,
una subitanea sonnolenza mi assalì. Sarei forse caduta
dalla groppa dell’asino sul quale tu m’avevi issato
se non mi fossi aggrappata al collo di quella brava bestia».
«Eri così stanca... Vigilavo con ansia su di te. Temevo
che si fosse esaurita ogni tua capacità di resistenza,
che potesse nascere il Bambino sul ciglio della strada».
«Invece ero solo sprofondata in uno stato d’incoscienza
da cui sarei riemersa stranamente riposata. Quanto tempo
era trascorso?». «Passarono appena due o tre frazioni d’ora.
Ma fu come se, Mariàm, avessi avuto in dono un lungo sonno.
Me ne resi conto quando, sveglia di nuovo, ti guardai
nel viso ritornato fresco, fanciullesco, colorito sulle guance».
«Proprio lui avevo visto, durante il breve stacco dal reale,
lui: l’Arcangelo Gabrièl. Teneva in braccio un agnellino
appena partorito, ancora madido del liquido materno,
chiazzato il vello ancora di coaguli di sangue rosso scuro.
Me lo protendeva chiedendo che lo ricevessi in grembo.
Ma quando allungai le braccia verso quel batuffolo
di lana rugiadosa, la bocca spalancata dalla fame in un belato,
tremante per il freddo – il sogno d’improvviso s’interruppe.
Il sonno evaporò. S’era richiusa lì, davanti a noi, la notte.
E fu allora che Iesùs con forza nel mio utero si mosse,
facendomi capire che si stava preparando a vivere nel mondo».
«Il Signore non ci abbandonò, Mariàm. Eravamo ormai
a poca distanza dalla meta». «La luce, infatti, ai nostri occhi
ritornò. E non era più, Iosèph, quella incerta della tua lucerna.
Era la vampa della torcia accesa davanti a una locanda
dove cercavamo alloggio e dove ce l’avrebbero negato.
E non erano più, le braccia dalle quali mi trovai sorretta
nel momento di smontare a terra, quelle dell’Arcangelo Gabrièl:
erano le tue». «Certo. Ma perché...?». Tacquero entrambi.
Ricordavano, ciascuno rivivendo sensazioni ed emozioni,
l’ultimo tratto dell’impegnativo, interminabile cammino,
fino al tepore della grotta segnalata da un pietoso locandiere.

Si girò Iosèph su un fianco. Inquieto si sentiva, timoroso.
Tese l’orecchio nell’ascolto. No, nessun rumore. Del Bambino
adagiato sulla greppia non si udiva, dal giaciglio della Madre,
che il silenzio di un profondo sonno senza affanno.
Allora si voltò verso di lei. Lievissima, depose una carezza
su una delle guance ardenti di Mariàm. La sposa trasalì,
e tuttavia non si ritrasse. Premette, anzi, con pudico affetto
il palmo di una mano sul dorso della mano del marito.
«Perché ti ho raccontato la storia del mio sogno? È questo
che tu vuoi sapere?». Non ci fu bisogno che le rispondesse.
S’erano le mani già parlate tra di loro al posto delle bocche.
«Ecco: quell’agnello, l’agnello di Gabrièl, io lo conoscevo bene.
L’avevo avuto mio compagno di giochi, di corse, da bambina.
Quanto gli ero affezionata! E anche lui mi dimostrava amore.
Fino a che un mattino non lo ritrovai, come ogni giorno,
nell’ovile. L’aveva preso e trasportato via con sé mio padre,
vittima sgozzata da immolare in un solenne sacrificio
nella sinagoga. Piansi amaramente, quella volta, disperata».
«Ma come hai fatto, dimmi, a...». «Come l’ho riconosciuto?
Da un particolare segno distintivo: aveva in testa, sulla fronte,
dalla nascita, una macchia circolare gialla, una piccola corona
impressa sul suo bianco vello. Nel sogno l’ho rivista uguale.
E ora mi domando» – Mariàm si volse a esaminare,
attraverso la penombra, attentamente il volto di Iosèph,
a leggere la sua espressione di sorpresa, di perplessità –
«che significato avesse una simile visione, se mi raggiungesse
dal passato o piuttosto dal futuro: quale altro annuncio
l’Angelo di Dio, l’Annunciatore, volesse consegnarmi».
Sospeso fra di loro, rimase lungamente ad aleggiare
l’interrogativo dal sogno scaturito, senza una risposta.
Quando infine percepì un sospiro levarsi alla sua destra,
fu chiaro per Mariàm che il suo compagno di giaciglio
era nel sonno scivolato. Lei no, lei non poteva addormentarsi:
tale la tensione, tale – dopo l’impeto del parto – il batticuore,
da non permetterle neppure per un breve istante d’assopirsi.
Cautamente allora svincolò la mano dal contatto con Iosèph
e lungo l’ispido spessore di una barba incolta, negligente,
con gesto più materno che sponsale, adagio, la spostò.
Si puntellò sul gomito così da sollevare il busto, il capo,
quanto bastasse a sorvegliare il Figlio, la sua tranquillità.

Ruotava in alto il firmamento. Sciami di stelle e nebulose,
sulla volta di un cielo mai apparso come in quella notte
tersa e pura prossimo alla terra, seguivano insondabili tragitti,
che solo agli astronomi d’Oriente era dato d’indagare,
traendone presagi, arcane profezie, messaggi ultraterreni.
Ed ecco che un sommesso – proveniente dai colli circostanti –
calpestìo di passi umani giunse all’orecchio di Mariàm,
misto ad uno zoccolìo di placidi animali in lento movimento,
a smorzate vibrazioni di belati, a festosi richiami di pastori.
Si svegliò di soprassalto, sentendosi toccato sulla bocca
da un dito di Mariàm, Iosèph. Balzò intontito in piedi.
Udì quell’indistinto mormorìo che si stava gradualmente
amplificando. Subito gettò un’ansiosa occhiata al Bimbo
che giaceva immoto, inconsapevole, indifeso, sulle labbra
l’ombra (ma poteva anche rivelarsi un inganno della vista)
d’un indecifrabile sorriso. Poi corse verso l’arco dell’ingresso.

Sono arrivati. Entrano. Il brusìo si spegne. Viene avanti
– seminascosto il volto da un lembo del cappuccio –
un giovane pastore. Regge tra le braccia un candido agnellino.
Giunto dinanzi al piccolo Dormiente, piega le ginocchia.
Poi solleva e porge in dono a Lui, supino ancora, la bestiola.
E proprio in quell’istante riapre gli occhi il Dio incarnato.
Nel fulgore rispecchiante delle sue pupille un’immagine
si fissa: l’icona dell’agnello, muso contro viso, curvo su di Lui.
Pronuncia, illuminandosi, il pastore frasi in una lingua
ignota ai genitori, cui però non si nasconde il senso, il tono
di esultante adorazione: «Evangelizo vobis gaudium magnum,
quod erit omni populo: natus est vobis hodie Agnus Dei!».
Resta, il ragazzo incappucciato, genuflesso in atto di preghiera.
Biondi ciuffi di capelli, e non di barba, gli orlano le guance,
sbucano ai lati del cappuccio. (Biondi? La Madre si stupisce).
Dietro di lui s’assiepano impazienti figure d’uomini e d’ovini.
Premono, volendo anch’essi contemplare l’annunciato Salvatore.
Allora il giovane si alza. Lascia l’agnellino ai piedi di Mariàm.
Accenna con la mano un rapido saluto. Volta le spalle.
Muove qualche passo. Fende il gregge di pecore e pastori
verso l’uscita della grotta. E il cappuccio gli scivola all’indietro.
Cade il mantello al suolo. Lui non lo raccoglie, non si ferma.
Un impercettibile fruscìo: due appendici, di piume rivestite,
spuntano all’altezza delle scapole. Scompare tra la folla.

S’è girato Iosèph, che l’aveva finora seguito con lo sguardo,
rivolgendosi a Mariàm: ha visto pure lei – con voce muta
sembra domandarle – sul dorso dello strano personaggio...?
La Madre, che s’è messa a sedere, abbraccia adesso il Bimbo,
se lo stringe al seno nuovamente colmo di latte nutritivo.
Scende ondeggiando una manina sopra la fronte dell’agnello.
Tocca, con la punta di un ditino, una macchia di colore oro
a forma di piccola corona. Mariàm rialza il viso a ricambiare
l’occhiata stupefatta di Iosèph. Muove leggermente il capo,
ed è un segnale affermativo: sì, l’agnello e... l’angelo!
Compiutamente l’annuncio s’è avverato. Sull’Incarnazione
il Padre ha, con la parola e il dono di Gabrièl, impresso il suo sigillo.
Ma quale, anche, imperscrutabile destino di sconfitta e morte,
o di vittoria e vita, ha voluto adombrare per il Figlio, per Iesùs?

Marco Beck