Il santo di aprile
Cari amici, sentite cosa mi scrive un paziente terminale di cancro, già verso la fine.
Ogni giorno mi abbraccia come un figlio. La sua FEDE rispetto alla mia è come l’Everest rispetto ad una collina. Che cos’è la morte? E’ come la cima del “Civetta” che mi permette di entrare nel bellissimo orizzonte delle mie dolomiti. Per usare un esempio a me tanto caro e ormai lontano. Il titolo della lettera è:
Dall'infermo al Paradiso
Caro P. Aldo,
Ti voglio raccontare la mia vita di ammalato terminale di cancro. Quando giá la mia situazione era insostenibile ricorsi a un Centro Medico, dove mi ricevettero. Peró mai avrei potuto immaginare che in quel luogo che è anche l´ospedale universitario di Asunción, avrei dovuto passare la più triste e dolorosa esperienza della mia vita.
Tre lunghi mesi mi portavano alla disperazione fino al punto di pensare che fosse un castigo di Dio a motivo dei miei peccati. Non faccio nomi, anche perché in quel inferno avevo incontrato alcune persone buone, che però sempre furono ostacolate per l´istituzione nel blindarmi l’aiuto necessario. Tre mesi in quell’ospedale sono stati per me l´antisala dell’inferno. Ma la fede non conobbe oscillazioni perché ero certo che il Dio fatto uomo e morto per me non mi avrebbe abbandonato. Ero comunque convinto che la salute non l’avrei più recuperata. L’angelo che mai mancò di assistermi è stato mia figlia, sposata e madre di tre bambini, perché mia moglie morì 14 anni fa. A questa figlia debbo tutto perché senza la sua presenza non so cosa sarebbe stato di me. E sarà lei a portarmi fuori da quell’inferno, dopo aver sentito parlare della “Casa Divina Provvidenza San Riccardo Pampuri”. Quando mi diede la notizia da subito ho immaginato il paradiso, anche se non conoscevo l´ospedale. Al momento di lasciare l’inferno dell’ospedale Universitario la figlia mi disse: “Papà ti porto nella casa Divina Provvidenza. Ed io le risposi: “Dio e la Vergine Santissima ci portano nel paradiso di Padre Aldo”. Arrivato in questo luogo ho visto la faccia di Padre Aldo che subito mi disse: “sono qui con te”. In quel momento compresi che realmente Dio mi aveva tolto dall’inferno e portato in Paradiso. I tre mesi di sofferenza non nell’anima, ma nel corpo incominciarono ad essere come un ricordo lontano in modo particolare quando mi facevo il bagno, mi posero il pigiama ben pulito e mi diedero un letto tutto bianco con le lenzuola belle bianche. Mi sono sentito un angelo avvolto nella purezza.
Grazie Padre Aldo per ricevermi nel tuo paradiso. I tuoi angeli sono i tuoi ammalati ai quali con il tuo affetto li trasmetti pace, tranquillità e rassegnazione.
Paziente Roque Alcaraz
“Non nobis Domine sed tuo nomini tuo da gloriam”
Io sono un niente che ha avuto la grazia di incontrare Giussani che non mi ha dato consigli o guardato l´orologio per darmi del tempo e molto meno l´agenda o la segretaria. Al contrario mi ha preso per mano e fino alla morte mi ha fatto compagnia. Se l’ospedale è un susseguirsi di miracoli (500 sono i pazienti como Roque che sono morti) è solo perché quest’uomo mi ha rivelato concretamente cosa vuol dire che Cristo è la COMPAGNIA di Dio all’uomo. Lui mi ha preso in consegna, lui mi ha mandato in Paraguay quando mio fratello voleva ricoverarmi al reparto “esaurimenti” di Feltre, lui mi ha accompagnato a Linate e caricato sull’aereo, lui mi chiamava al telefono, lui mi diceva “chiamami quando vuoi, lui mi ha portato un mese a Corvara nel 1989 e mi ha pagato l’albergo, lui ha chiesto e voluto che Don Massimo mi ricevesse nella San Carlo e vedesse tutte le questioni giuridiche con la mia congregazione di appartenenza, lui ogni volta che veniva a Rio de Janeiro per l’incontro responsabili mi voleva vedere e sentire come stavo. Potrei continuare all’infinito raccontando dettagli e dettagli di come quest’uomo mi ha voluto bene, dandomi fiducia che anche oggi credo che difficilmente, conoscendo quanto mi è accaduto, un altro mi darebbe. Allora capite, cari amici che io non posso non cercare di vivere così con tutti, in particolare con chi soffre nel corpo e in particolare nell’anima o nella mente.
Quell’uomo ha dato la vita per me, come per tutti. Per cui quanto accade qui è solo opera sua e non certamente mia che solo da tre anni riesco a vedere un po’ chiaro nella mia vita, cosa che mi permette di gridare a Gesù giorno e notte, consegnandomi totalmente al Suo disegno su di me. E vi garantisco che a 61 anni è davvero bello vivere, essere papà come mi chiamano i miei 11 bambini orfani dei genitori morti per AIDS e che tengo con me in una casetta vicina alla parrocchia e regalataci da un industriale, e che ogni mattina alle 7 vado a prenderli per portarli nella nostra scuola. “Ciao papà” mi dicono ogni volta che mi incontrano.
Domenica è venuto il Nunzio Apostolico del Papa a pranzo con noi, i bambini e le tre mamme che li custodiscono con tanto amore. Ad un certo punto il Nunzio Apostolico guardandomi mi disse: “Padre Aldo, solo la verginità compie queste miracoli, genera questa fecondità, permette una paternità impensabile all’uomo. La verginità è la forma suprema della paternità e per questo da subito ti hanno riconosciuto come papà”.
Una gioia indescrivibile che mi spinge non solo a stare più ore al giorno davanti al Santissimo Sacramento, ma passare ogni momento libero a giocare, fare loro compagnia. Quella compagnia che Giussani ed P. Alberto hanno fatto a me giorno per giorno. Mi piace immaginare Giussani lassù in cielo che sorride e mi dice: “vedi P. Aldo che avevo ragione quella volta che ti dissi e te non ci credevi che quanto ti era accaduto sarebbe stato una grazia per te, per la chiesa e per il movimento”.
P.S: il parroco della parrocchia è il Santissimo Sacramento, il primario o direttore sanitario della clinica è il Santissimo Sacramento. Funziona a meraviglia. Anzi credo fermamente che un ospedale senza il Santissimo serve ben poco. In questi giorni abbiamo ricoverato un poveraccio, ateo fino al midollo, con cancro terminale. Dopo un dialogo pieno di affetto mi sono reso conto che parlargli di Dio era disgustarlo. Per cui, ho lasciato perdere. Però, siccome ogni giorno, tre volte al giorno faccio la processione con il Santissimo Sacramento quando arrivo davanti a lui e gli do un bacio chiedendogli come a tutti, come stai. E lui: padre molto meglio. Un giorno lo vedo partecipare alla processione, con il Rosario al collo e inginocchiarsi. Tutti siamo rimasti colpiti e commossi. Conclusione: quello che le mie parole non riescono a fare se non confusione, lo ottiene l’Eucarestia. E’ un miracolo del Santissimo Sacramento.
Dice il Papa: “non si cura nessun ammalato se il medico non lo aiuta a incontrare l´amore di Dio”. Ecco il problema degli ospedali: al posto dell’Eucarestia si è messo sul piedistallo l’orgoglio professionale dei medici e del personale.
Amici: provare per credere. Qui tutto cammina, come in parrocchia perché l´Eucarestia è il cuore, l´anima della clinica ed è un spettacolo. Vedere anche di notte gli ammalati trascinarsi davanti al Santissimo Sacramento esposto e mettersi in ginocchio davanti a Lui che è il massimo e l’unico vero medico li cura tutti, é commovente.
E’ per ricordarci il valore delle 40 ore della settimana santa, davanti al Santissimo Sacramento.
Approfittiamone. Buona Pasqua.
Con affetto, P. Aldo Trento |