L'Osservatore Romano - 07 febbraio 2013

Vivere fino alla fine

I medici hanno confiscato il dibattito sulla morte - ha dichiarato a «Le Monde» il presidente emerito del comitato francese di bioetica Didier Sicard - e questo non è un bene, perché la riflessione su questo tema deve essere più ampia e profonda. Si è data la parola ai medici per sfuggire al peso delle contrapposizioni ideologiche, che hanno avvelenato il dibattito trasformandolo in una sterile contesa, ma questo ha provocato una riduzione sbagliata della questione. E non solo in Francia: anche in Italia il conflitto fra «progressisti», a favore dell'eutanasia, e «conservatori», cattolici, che si schierano contro è spesso mascherato dal ricorso a medici che accampano ragioni sanitarie per rafforzare i diversi punti di vista.
Il libro di Ferdinando Cancelli, che è medico esperto in cure palliative, sfugge del tutto a questa superficialità, pur affrontando la questione della morte anche dal punto di vista strettamente clinico. E non è di parte, pur essendo Cancelli profondamente cattolico. Proprio per questo motivo è un testo di grande interesse, per credenti e non credenti: un libro così chiaro e semplice che ha prima di tutto un effetto sorprendente, quello di togliere a chi lo legge la paura della morte.
Cancelli conosce la morte, la incontra con grande frequenza nella sua pratica medica e ne ha tratto non solo considerazioni mediche, ma riflessioni profonde fondate su una vera esperienza. Non parla in base a dogmi teorici né a illusioni ideologiche: nelle sue parole si sente la riflessione sull'esperienza concreta, ed è questo soprattutto a rendere il libro appassionante e convincente.
Alle riflessioni problematiche l'autore alterna infatti brevi racconti di esperienze vissute nella sua professione, che rendono più chiare e concrete le sue considerazioni. Sono così affrontati uno per uno tutti i problemi più complicati e disputati dalla politica e dalla medicina divulgativa, con risposte semplici che servono a dissipare molte paure. Ma anche a farci sapere ciò che spesso ignoriamo, come il fatto che la morfina costa poco e serve a rendere sopportabile il dolore senza affrettare la morte del paziente; non ci sono scuse, quindi, per quei centri di cura che non aiutano i pazienti gravi con cure antidolorifiche. E quando neppure la morfina può far tacere il dolore, c'è la possibilità di far entrare il paziente - possibilmente con il suo consenso - in coma farmacologico per evitargli sofferenze inutili e difficilmente sopportabili.
I rimedi al dolore dunque ci sono, e la necessità di chiedere la morte per sfuggire a un dolore insostenibile esiste solo nei quesiti delle inchieste che vogliono far passare tutti come sostenitori dell'eutanasia. Alla domanda se si preferisce morire piuttosto che soffrire dolori insopportabili chiunque risponde - è ovvio - che preferirebbe morire. Ma se i dolori sono trattabili, quasi tutti preferiscono vivere sino alla fine naturale. Perché non è vero che la vita ha senso solo se si è sani e autonomi: le esperienze di Cancelli ci rivelano che fino agli ultimi istanti l'uomo è un essere vivente, e in questo incontro con la morte «si manifestano dei fuochi d'artificio della vita».
Infatti, anche se oggi per molti la morte ideale è quella improvvisa, magari nel sonno, perché la morte fa solo paura, è vero quello che si pensava in passato: serve tempo per prepararsi alla morte, per chiedere perdono, per riconciliarsi con Dio (chi crede), con se stessi e con gli altri, per sistemare gli affari terreni. E magari per vivere ancora momenti affettivi di grande intensità e felicità.
Cancelli non pretende che tutti i malati gravi vengano informati della loro condizione, sa che ogni caso è diverso e che ogni volta bisogna capire cosa sia meglio fare, per il paziente e la famiglia che lo circonda. L'aspetto più convincente del suo ragionamento è proprio la pacatezza, la lontananza da prediche minacciose e da dogmi, che lo portano a consigliare due testi legislativi diversi, entrambi non italiani, per far fronte ai problemi di cui parla.
Per l'aspetto giuridico, guarda con favore alla legge francese Leonetti sul fine vita, moderata e prudente, non legata a nessuna delle due parti in conflitto. Per l'assistenza spirituale, a una guida preparata dai vescovi inglesi, anch'essa pacata, rivolta a credenti e non credenti, e pensata per un Paese dove i cattolici sono una minoranza. Entrambe sono riportate in appendice al libro, come una proposta di soluzione dei problemi equilibrata, lontana da irrigidimenti a sfondo politico.
Certo, è indubbio che per Cancelli la vita umana costituisce un valore non negoziabile, ma questo medico non si fa solo paladino del punto di vista cattolico, sa andare al cuore di tutti, anche di chi non pensa come lui, con parole sensate e moderate, proponendo soluzioni che possono essere accolte da tutti. Lo si vede dal modo in cui evoca, con poche frasi, i casi clamorosi e conflittuali di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro.
In definitiva, un libro importante, soprattutto perché ci aiuta a guardare alla morte senza paura: senza paura di dolori insostenibili, che potremo sedare, ma anche senza il timore panico che prende oggi chiunque provi a riflettere sull'argomento. Perché ci insegna che la morte è un compimento della vita, un passaggio che può essere dolce e riservare anche sorprese positive, per il morente e per chi lo assiste con amore.

Lucetta Scaraffia

(©L'Osservatore Romano 7 febbraio 2013)