Messaggero di sant'Antonio - febbraio 2013

SANTI DI OGGI IN PARAGUAY

Con padre Aldo Trento parliamo di «vita consacrata», di sant'Antonio e dei nuovi «santi»: i malati ospitati nella clinica San Riccardo Pampuri ad Asunciòn in America Latina.

Padre Aldo Trento è un missionario della Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo, che da 23 anni vive ad Asunci6n, in Paraguay. Ma non è arrivato lì per caso e il suo percorso è costellato di ricerche e sofferenze pesanti, che l'hanno però condotto ad abbracciare la grande certezza di essere amato da Dio e a trasformare la sua verginità sacerdotale in una «fecondissima paternità». È molto conosciuto in Italia: sa «tuonare» davanti al popolo del Meeting di Rimini, scrive libri, articoli e lettere commoventi, molte delle quali ora pubblicate nel libro Rio Sole. Cronache di «santi» dal Paraguay (curato da Alfredo Tradiga, con foto di Nino Leto). I «santi» sono gli oltre mille malati assistiti amorevolmente nella clinica per malati terminali San Riccardo Pampuri.
- Il suo nome di battesimo è Antonio. Come mai?
Perché mio nonno si chiamava Antonio. lo sono di Faller di Sovramonte (BL) e lì le tradizioni si rispettano. La figura del Santo è molto venerata al mio paese. Pensi che mio padre, durante la seconda guerra mondiale, aveva promesso a sant'Antono che, se fosse tornaco a casa sano e salvo, sarebbe andato a Padova a piedi. .. per cui il Santo fa parte della famiglia.
- Questo mese si celebra la «Giornata per la vita consacrata». Che cosa ha significato per lei questa scelta?
Per me ha voluto dire rispondere a una chiamata chiara da parte del Signore, che ho ricevuto da piccolo, dopo aver visto la famosa pellicola Molocai su padre Damiano, missionario alle Hawaii. A 11 anni sono entrato in seminario. Diventare sacerdote è stato prendere coscienza di una scelta che Dio aveva fatto su di me. La scelta di Dio è definitiva. Lui non mi ha mai mollato perché aveva un progetto per me.
- Lei ripete spesso: «Sono Tu che mi fai».
Fino all'incontro con Luigi Giussani io avevo sempre pensato che nella mia vita tutto dipendesse dal passato. Grazie a lui ho capito che se io in questo momento respiro è perché Dio mi dà la grazia di respirare. Di fronte a tutte le «povertà » che mi trovo a vivere qui, non sarei niente se Cristo non fosse presente. Questo mi ha permesso di guardare anche le depressioni che mi hanno negli ultimi vent'anni - sotto una nuova ottica, cioè non come una perdita ma come grazia.
- Perché Dio è l' «imprevisto» in ogni istante?
Giussani mi mandò in Paraguay affinché io trovassi pace nel cuore. Mi disse che se volevo salvare quello che amavo, dovevo «perderlo». Il mio io era un insieme di cocci. Anche se facevo i migliori programmi, andava tutto diversamente. Sono andato avanti «obbedendo alla realtà». Mi sono trovato qui con un'opera (una «città della carità» dove lavorano 170 persone del posto) che io non ho voluto, per cui dico: questo è «imprevisto ». E tutti i giorni è così: ieri sera mi hanno detto che c'era un pover'uomo in un letamaio e siamo andati a prenderlo. E così accade ogni giorno: la vita è sempre un imprevisto. Non ho mai pensato a una casa per bambini malati di aids e invece sono nate le Casitas de Belen, così come pure le altre opere della Fondazione Rafael.
- Che cos'è il dolore?
Ho capito che il dolore è non sentirsi amati. I miei bambini oggi mi hanno detto: «Padre, ti offendi se ti diciamo che ti vogliamo bene?».
- Perché i suoi malati sono un esercito di «santi»?
In questa clinica oltre mille persone sono morte «col sorriso sulle labbra». Questa gente ha una straordinaria capacità di soffrire. Se non ci fosse, cosa sarebbe il mondo? Sono queste persone che pagano per tutti, come Gesù.

Laura PisaneIIo