09 luglio 2026

da: Il Sussidiario

Trinità di Saccargia,
contemplare un teatro sacro e il “sì” che ha cambiato la storia

Basilica della SS. Trinità di Saccargia

La basilica della Trinità di Saccargia (Sassari), consacrata nel 1116, è uno scrigno di capolavori. Merita una visita approfondita e documentata

Nel cuore nord-occidentale della Sardegna, a pochi chilometri da Sassari, in una valle un tempo ricca di pascoli sorge la millenaria basilica della Santissima Trinità di Saccargia. Una visita di mezza giornata, con pranzo nel vicino agriturismo, regala al turista una giornata diversa, lontana dal mare, e un tuffo entusiasmante in un passato ancora tutto da scoprire.

La basilica di Saccargia sorse intorno all’anno Mille e i documenti dell’epoca fissano la sua consacrazione il 5 ottobre 1116. Si tratta di un periodo felice per la Sardegna che, grazie all’intervento delle vicine repubbliche marinare di Genova e Pisa, era stata finalmente liberata dalle scorribande distruttrici dei pirati saraceni.

Così la Trinità di Saccargia, come tante altre chiese di quell’epoca, presenta ai nostri occhi forme architettoniche romanico-pisane, caratterizzate dall’alternarsi di pietre bianche e nere – calcare e basalto –, che conferiscono all’edificio una sacralità primitiva e austera. Quasi, fatte le debite distanze, quelle pietre ricordano i nuraghi che risalgono a due millenni prima ma che esprimono la stessa misteriosa sacralità. E la parola si addice al nome stesso della basilica – Saccargia –, dal latino medioevale “sacraria”, cioè “luogo sacro”.

L’edificio ci regala dall’inizio alla fine della visita una varietà di atmosfere, di emozioni da “gustare” non solo con la vista ma con tutti i nostri sensi, fisici e spirituali. A partire dai profumi della macchia mediterranea che il vento porta giù dalle colline intorno. A partire dal sentore dell’erba gialla che ci viene incontro, un mare in cui la basilica sembra “navigare”, con la sua alta torre campanaria di ben 40 metri, un’antenna puntata verso il cielo limpido. Colori e profumi accesi, vividi, da prateria selvaggia dove si potrebbe girare un film western.

Prima di entrare nella basilica sostiamo brevemente nel triportico che si apre sulla facciata (in realtà lo troviamo chiuso) e che è stato costruito in epoca più tarda da maestranze lucchesi. Qui possiamo riposare all’ombra delle volte e affacciarci, come da un’antica loggia medioevale, sull’affascinante paesaggio circostante, brullo e segnato da rocce e strapiombi.

Ad occhi in su, nel sottarco si apre per noi il grande libro di pietra del romanico, i suoi capitelli scolpiti con immagini fantastiche di animali presi dai bestiari medioevali. Sulle colonne antichi graffiti a forma di calzari sono stati lasciati come ex voto dai pellegrini che da qui ripartivano per la Terra Santa.

Uno di questi pellegrini fu Costantino I, re del vicino giudicato di Porto Torres. Insieme con la moglie Marcusa, ebbe in questo luogo la visione della Vergine Maria che prometteva alla coppia, rimasta senza figli, l’erede tanto desiderato. Il felice evento si compì nell’anno stesso in cui Costantino I ordinava come ringraziamento a Maria la costruzione della chiesa della Trinità, affidandola alle maestranze pisane e ai monaci camaldolesi di san Salvatore, venuti da Firenze.

Dal porticato, andando vesto l’entrata posteriore della basilica, sul fianco destro si trovano le fondamenta del monastero camaldolese, la traccia del perimetro delle celle, tutte uguali, dove ciascun monaco viveva. Non sono solo resti archeologici; dobbiamo immaginare la vita di quei monaci laboriosi, dedicati non solo alla preghiera ma anche all’evangelizzazione di altre zone della Sardegna.

Pagando il biglietto di 3 euro, entriamo finalmente nella basilica caratterizzata da una pianta a navata unica perfettamente orientata nella direzione est-ovest dall’abside alla facciata. Il cuore della grande nave di pietra ci accoglie nella sua ombra fresca, ogni pietra bianca o nera sembra suggerire al turista di fermarsi, mettersi comodo e a proprio agio, uscire dal tempo solito, rientrare in se stesso, entrare nel grande silenzio. E scoprire, per esempio, tra le pietre del muro sul lato destro della navata, prima del transetto, una piccola scultura, una testa d’uomo inserita perfettamente tra le altre pietre.

Si tratta dell’opera anonima di un bravo scalpellino che, con ogni probabilità, ritrasse il volto stesso del giudice Costantino I re di Torres che nell’anno 1116, come abbiamo visto, finanziò la costruzione della basilica.

Gli affreschi dell’abside ci offrono un racconto che si snoda su tre registri, come un cartiglio musicale dall’alto verso il basso. Con un po’ di immaginazione lasciamo che dal primo registro della conca absidale scendano le voci di un invisibile coro di angeli che cantano intorno a Dio Padre Re di tutto l’universo. Re di pace per tutti gli uomini. Scendendo al secondo registro, è presente Maria colma di Spirito Santo, circondata dagli altri apostoli.

Infine, nel terzo registro, dopo Padre e Spirito, la Trinità è completata dalla figura del Figlio e dalla sua Passione in cinque atti, un vero e proprio teatro sacro: lava i piedi ai discepoli, viene tradito con un bacio, muore in croce, viene sepolto, rompe il muro della morte e si risolleva “come un forte inebriato” dalla tomba, trascinando con sé l’umanità.

Siamo davanti a uno dei più bei cicli di affreschi di tutta la Sardegna, studiati da uno dei più importanti storici dell’arte medievale, lo scomparso Pietro Toesca, che li collegò a quelli di san Pietro in Galtellì.

Ma la nostra visita non è finita. La Trinità di Saccargia ci riserva un ultimo tesoro, forse il più prezioso. Davanti all’altare si innalza una scultura lignea di Maria regina, alta e slanciata, una di quelle immagini che, come un sacrario, si portano in processione. Sul capo la Vergine porta una corona d’argento cesellata, da cui fluiscono i lunghi capelli, mentre sul petto le brilla un corpetto anch’esso d’argento, da cui cadono le pieghe scolpite del manto, che scendono fino ai piedi. Allungatissimo il corpo, come nelle icone, il volto ieratico ma dalle fattezze classiche, questa Madonna unisce Oriente e Occidente.

La fissità bizantina nulla toglie alla presenza umana e amorosa di questa donna scolpita nel legno, il taglio del naso dice fermezza e fedeltà. La bocca piccola e chiusa, serrata ma non triste, esprime una delicata prudenza nell’ascoltare bene prima di parlare: “Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Luca 2,19).

Oggi questa Madonna scolpita nel legno, quella ragazza che duemila anni fa in Palestina si ritrovò sola davanti al mistero della Trinità, incredibilmente parla ancora a noi, come fece un giorno in Palestina davanti all’angelo dell’Annuncio: la sinistra con il palmo aperto, la destra con le tre dita a indicare la Trinità stessa. Il numero tre, la cifra degli affreschi di questo luogo indimenticabile.