Biografia

Sono nato a Milano, città dove mi sono diplomato in grafica e laureato in storia dell’arte.
Sposato con Silvia, ho avuto due figli, Chiara e Fabio, e cinque nipoti: Matteo e Marta, Giovanni, Pietro e Sofia.
Le mie passioni sono la montagna, la canoa, la bicicletta, i libri d’arte, ma soprattutto la poesia come compagna fedele che pratico tutti i giorni.

Ho lavorato come giornalista e critico d’arte nelle principali case editrici milanesi (Rusconi, Domus, Rizzoli, San Paolo). Ho collaborato con i quotidiani Avvenire, Luoghi dell’Infinito, Osservatore Romano.

Bibliografia

ICONE E VOLTI D’ORIENTE (Mimep 2020), PER SALIRE BISOGNA CREDERCI (Mimep 2018), NEL NOME DI GIOVANNI (Mimep 2014), L’UOMO DELLA CROCE (san Paolo 2013 - Traduzione: polacco), RIO SOLE Cronache di «santi» dal Paraguay, lettere di padre Aldo Trento (Ares 2012), ICONE E SANTI D’ORIENTE (Electa Mondadori 2004 - Traduzioni: francese, inglese, spagnolo, tedesco, polacco).

Raccolte di poesie: L'ORTO DEI SEMPLICI (Ares 2012 Premio Ponte di Legno), CERCANDO IL CERVO (Book Editore 2003 Premio Apud Montem), IL VOLTO STUPITO DELLE COSE (Ares 1998).


Alzo gli occhi verso i monti

“Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto”? Così il salmo 120 esprime il sentimento di chi alza lo sguardo verso i monti. Le montagne sono un’immagine di speranza. Una promessa di infinito. Ogni giorno le montagne ci nascondono l’orizzonte e disegnano nel cielo il profilo di un altro orizzonte, più alto e che tocca il cielo. Un orizzonte ineguale, vario, fatto di valli e di cime. Su e giù. Su e giù. Nessuna punta è uguale all’altra. Ci sono cime importanti come il Monte Bianco, il Rosa, il Cervino o il Gran Paradiso. E cime meno importanti come le Grigne o il Resegone che osservo ogni mattina da casa mia. Su queste montagne ho spinto i miei figli a salire fin dalla più tenera età. Su queste cime ritorno quando posso da solo o coi nipoti. Queste montagne non mi stanco mai di guardare e con il passare del tempo mi accorgo con stupore che si fanno sempre più belle. Più belle perché sempre più familiari come il volto dei miei cari.

Alessandro Manzoni inizia “I promessi sposi” con la descrizione di una montagna lecchese, il Resegone, irto di punte. Qualche capitolo più avanti la protagonista Lucia, dalla barca che la porta in esilio, così canta nel pianto: “Addio monti sorgenti dall’acque, cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto de' suoi più familiari”.

Le montagne proteggono. Come una capanna dal tetto spiovente. O come le ali degli angeli che si rincorrono all’orizzonte. Un uomo di una certa età che vive in val Codera, in fondo al lago di Lecco, mi ha raccontato un giorno un piccolo segreto: quando si diventa anziani bisogna abitare in un paesaggio che ci sia noto, familiare, un paesaggio che ci circondi e ci faccia sentire protetti. E per lui quel paesaggio erano e sono naturalmente le cime dei monti rispecchiate nel lago.

I monti parlano. A tutti. Anche a chi si accontenti di guardarli dalla finestra di casa. Anche per lui sono vere le parole del salmista: “alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto?”. Alzare gli occhi al mattino verso i monti invece di tenerli bassi sulle cose che passano è già un gesto di speranza e fiducia. La montagna poi, per chi la pratichi davvero, è forse l’attività più completa che esita. Perché non è solo fisica ma agisce sulla psiche e sullo spirito. Un inno alla bellezza.

Quando cammino da solo in montagna tutto ciò che ho vissuto si riconfigura. Prende forma e armonia, I sentimenti e le immagini riprendono il loro giusto posto in ordinata prospettiva. Naturalmente, così come nella vita, in montagna si vivono momenti difficili. Per esempio quando sul sentiero si incontra una lastra di ghiaccio e tu scopri di avere dimenticato a casa i ramponi. In più sei solo. Mi è capitato. Qui occorre l’umiltà di tornare indietro. La stessa umiltà che occorre quando, davanti a un passaggio difficile che ci separa dalla cima, ci sentiamo stanchi e non abbastanza lucidi per superarlo. Mi è capitato. Anche qui è saggio fermarsi, rinunciare, tornare indietro, certi di aver preparato oggi il prossimo tentativo che ci porterà domani finalmente alla cima.

Non si dovrebbe mai andare in montagna da soli, e quando capita di farlo bisogna essere più prudenti del solito. Andare da soli però ha anche i suoi vantaggi. Innanzitutto il ritmo del passo che puoi regolare sul tuo fiato e non su quello degli altri. Poi il dialogo che intrattieni con te stesso, ad ogni curva, ad ogni salita. Un dialogo che la montagna con le sue bellezze favorisce. Ti misuri con te stesso, con le tue forze e le tue paure. Decidi da solo. E scopri che in realtà non sei solo. L’angelo custode ti accompagna. Sempre. In montagna poi credo sia Dio stesso che ci accompagna, pur tenendosi nascosto, quasi in incognito. Una presenza discreta e che non fa rumore. Una presenza che ti accompagna, soprattutto nei momenti di incertezze e paure. È presente nei tuoi nervi rendendoli saldi. È presente nelle tue fibre e nelle tue giunture. È presente nella tua psiche tranquillizzandola. Alla fine della fatica, in cima, è tutta una vibrazione del tuo corpo, delle tue cellule, che si muovono all’unisono con il creato e con il suo Creatore. Per questo vado per monti.

Infine quando si torna da una gita in montagna e si incominciano a intravedere le prime case del paese, allora io d’istinto metto il freno per ritardare la discesa, l’arrivo, l’impatto con il mondo civile. Non vorrei mia ritornare laggiù. Eppure dopo qualche centinaio di metri so che mi aspetta una quotidianità senza cielo. Incontrerò gente banale che vive un’altra dimensione diversa da quella dei monti, una realtà piatta e senza vertigini. Lassù, in un mondo verticale, era tutto più semplice ed essenziale. Quaggiù tutto si complica. Il mondo con le sue leggi e le sue inutilità. Ma so che là montagna è la pronta ad aspettarmi, a salvarmi ogni volta dal caos fuori e dentro di me. Lo spirito della montagna mi regalerà sempre la coscienza di essere stato, almeno per un giorno, nei “luoghi alti” dello spirito. Dove ciò che conta è per tutti, nuda e cruda, la vita.

Alfredo Tradigo, Giussano, 24 gennaio 2020