27 ottobre 2026

da: Il Sussidiario

L'Annunciazione di Artemisia Gentileschi,
così comincia la storia della nostra salvezza

Artemisia Gentileschi - Annunciazione (1630)

Il Museo Diocesano di Milano espone fino al 31 gennaio 2027 l'"Annunciazione" di Artemisia Gentileschi. Una bellezza educata e struggente

Davanti a tante violenze da parte di giovani e giovanissimi, nelle strade in questi giorni, ci si domanda: ma questi ragazzi sono mai andati a vedere, almeno una volta nella vita, una mostra d’arte? La domanda sembra ingenua, ma non lo è. Infatti la scoperta della bellezza può costituire un punto di forza, un antidoto. Lontano dai cattivi maestri, uno sguardo sulla realtà attraverso l’arte è una finestra che può aprire l’animo umano, specie giovanile, ad apprezzare tutto ciò che ci circonda e che è bello, invece di distruggerlo.

Nel centro di Milano, zona porta Ticinese, non lontano dalla Darsena, nel Parco delle Basiliche il Museo Diocesano Carlo Maria Martini propone “Un capolavoro per Milano 2026”, un’iniziativa giunta quest’anno alla diciottesima edizione e che prevede l’esposizione di una singola tela, un prestito da altri musei. Due anni fa avevamo presentato su queste pagine l’Armadio degli Argenti del Beato Angelico proveniente da Firenze. Quest’anno l’opera è l’Annunciazione di Artemisia Gentileschi, proveniente dal Museo Nazionale di Capodimonte (Napoli) e datata 1630, quasi una pala d’altare di 179 x 275 centimetri di altezza.

Chi era Artemisia Gentileschi (Roma 1593-Napoli 1654-56)? Forse la prima donna che, all’inizio del Seicento, si sia cimentata con successo nella pittura, appannaggio maschile, tanto da essere riconosciuta tra i grandi artisti della storia dell’arte, accanto al padre, Orazio Gentileschi, suo primo maestro in pittura.

Artemisia e Orazio sono artisti europei di cui è interessante seguire le peregrinazioni, i viaggi di lavoro. Orazio nasce a Pisa, Artemisia nasce a Roma e quando a soli 12 anni le muore la madre, dovrà badare al padre e ai tre fratelli. Pure impara presto la pittura dal padre, che scommette su di lei. Da Roma Artemisia si trasferisce a Firenze, dove ha 4 figli, e poi a Napoli, sua città d’elezione. Poi Genova, un breve soggiorno a Venezia e una pausa a Londra dove raggiunge il padre che nella capitale inglese ha molte commissioni.

Nel 1642 Artemisia torna a Napoli. In ogni città Artemisia può vedere vari modelli di Annunciazione, in particolare a Roma quella di Simon Vouet e di altri caravaggisti. Il modello della sua pittura, come di quella paterna, resterà sempre Caravaggio.

Ed eccoci davanti all’Annunciazione dipinta a Napoli nel 1630 e che rimarrà esposta a Milano, al Museo Diocesano, fino al 31 gennaio 2027. La prima cosa che colpisce è la figura di Maria, una Donna (la Madre di Dio) dipinta da un’altra donna. Due donne a confronto dunque, sulla tela e nella vita. Artemisia Gentileschi, che ha conosciuto, non ancora diciottenne, la ferita profonda della violenza carnale, subita ad opera del suo maestro di pittura (a cui il padre l’aveva affidata), e la ferita del cuore di Maria, che vede morire in croce il Figlio.

Caravaggio - Madonna dei pellegrini (1606)

Ma qui, davanti a questa Annunciazione, tutto si azzera. Come dicevamo, davanti alla bellezza si ricomincia da capo. Quest’opera, dipinta da Artemisia a 37 anni, ha una particolarità: Maria è così raccolta in sé per ciò che le sta accadendo che la voce dell’angelo sembra provenire a lei da un mondo lontano. E anziché volgersi verso il messaggero celeste, china lo sguardo verso terra, le mani aperte in adorazione di qualcosa che ancora noi si vede, ma che forse è già presente in lei.

Immaginiamo quel Bambino adagiato nella paglia o sulla nuda terra, come in tante natività della storia della pittura, soprattutto fiamminghe. Qui però la luce e la composizione è squisitamente caravaggesca. Artemisia attingeva infatti a piene mani all’arte del grande pittore lombardo, che prima di fuggire da Roma nell’estate del 1606, per aver ucciso in duello un uomo, lavorava nella Città Eterna e frequentava la casa e la bottega di Orazio Gentileschi, di cui era amico.

Rispetto alle luminose Annunciazioni del Quattrocento e del Cinquecento (Angelico, Lippi, Lotto, Tiziano, Tintoretto), sempre inserite in prospettive rinascimentali, nell’Annunciazione di Artemisia la prospettiva sparisce, l’Angelo e Maria si muovono in uno spazio scenico buio con poche fiaccole che danno ai corpi una luce radente.

L’angelo, di tre quarti, è illuminato da una forte luce che mette in risalto i colori accesi e le ombre delle pieghe delle sue vesti. L’angelo è il motore scenico dell’azione, le braccia spalancate come uno squillo di tromba. Maria, discreta, entra in scena dal fondale buio, quasi come un’attrice, il suo mantello è scuro, pesante, metallico, solo pochi colpi di luce ne identificano le pieghe cascanti.

Dall’angolo in alto a sinistra, come lava incandescente, da una finestrella di nubi irrompe nella scena la luce giallo oro del paradiso, accompagnata da tre teste d’angioletti. La colomba dello Spirito Santo, dalle ali bianchissime e distese, precipita in diagonale da quello squarcio su Maria. Inizia la storia della salvezza.

Le mani di Maria si muovono quasi toccasse un invisibile Bambino. Ricorda la Madonna dei Pellegrini di Caravaggio proprio a Roma, in Sant’Agostino (1604-1606) dove invece il Bambino è ben visibile e concreto tra le sue braccia. Un bel bambinone. Rimandi dell’arte. Maria è la pianta, la porta, la mano. Sembra di sentire le parole dell’angelo di Rilke: “Tu hai stupende, benedette le mani. Nascono a te chiare dal manto, luminoso contorno; io sono la rugiada, il giorno, ma tu, tu sei la pianta” (Rainer Maria Rilke, Tu sei la pianta).