L'Osservatore Romano - 19 settembre 2008

Tre mostre per celebrare la regina di Canossa

GLI ULTIMI GIORNI DELLA "COMITISSA" MATILDE

Una governante saggia e provvidente, quasi un'imperatrice, regalmente assisa sul suo cavallo bianco. Di profilo. Come un monumento equestre o un simbolo araldico. Vestita di un lungo mantello rosso, colore regale. La donna ha lunghi capelli raccolti sulla nuca e, al posto della spada, porta graziosamente tra le dita della mano destra un fiore di melograno, segno di saggezza e prosperità. Così la gran contessa Matilde appare nella tela di Paolo Farinati (1597) che si trova esposta sul suo sepolcro, nella chiesa abbaziale di san Benedetto Po (Mantova). Davanti a questo ritratto vengono in mente le parole con cui Dante, secondo i dettami dello stilnovo, descrive la sua "Matelda"come domina, immagine di perfezione nel paradiso terrestre: "e là m'apparve, sì com'elli appare / subitamente cosa che disvia / per maraviglia tutto altro pensare, / una donna soletta che si gia / e cantando e scegliendo fior da fiore / ond'era pinta tutta la sua via" (Purgatorio XXVIII, 37- 42).
Nel segno di Matilde di Canossa, della sua abbazia e della sua storia gloriosa si sono aperte il 31 agosto in contemporanea tre mostre che chiuderanno l'11 gennaio 2009. La prima Matilde di Canossa. Il Papato l'Impero ha sede a Mantova (casa del Mantegna), città in cui Matilde nacque (1046) e da cui i Canossa, in particolare il padre Bonifacio, regnarono su mezza Italia. Della gran contessa scriveva Francesco Petrarca: "Possedette una parte non esigua d'Italia: ed essa, non superficiale imitatrice dell'impero romano, conduceva con animo virile le guerre, imperiosa verso i suoi, ferocissima verso i nemici, molto liberale verso gli amici, della cui profusa generosità femminile testimonia in primo luogo la Chiesa di Roma" (Francesco Petrarca, Le Familiari). Una seconda mostra, sempre a Mantova, nella sede del Museo Diocesano Francesco Gonzaga, è dedicata al consigliere di Matilde e patrono della città: Anselmo di Lucca.
Una terza mostra - L'abbazia di Matilde - si svolge a san Benedetto Po, nel refettorio grande del monastero benedettino dove Matilde morì e fu sepolta il 25 giugno del 1115, all'età di 69 anni. Oggi, nella basilica di san Benedetto Po, il suo sarcofago in alabastro, sorretto da quattro leoncini in porfido e sormontato dal ritratto equestre del Farinati è vuoto. Il corpo di Matilde fu infatti acquistato da papa Urbano VIII nel 1632 che lo volle a Roma. Il gesto dice però soprattutto l'alta considerazione che la Chiesa aveva della gran contessa Matilde, unica donna insieme alla regina Cristina di Svezia ad avere l'onore di essere sepolta in san Pietro. Gian Lorenzo Bernini realizzò per lei una grandiosa tomba marmorea di cui è esposto a Mantova lo schizzo preparatorio.
"Figlia di san Pietro" e "ancella del Signore" (così la chiamavano Gregorio VII e Anselmo di Lucca), Matilde non morì esattamente nell'abbazia benedettina di Polirone ma - come suggestivamente racconta lo storico Paolo Golinelli, curatore della mostra polironiana - "in una corte rurale, tra i campi di orzo e di grano, ai bordi di un bosco di cui una parte era stata abbattuta e messa a cultura" (Matilde e i Canossa, Mursia, 2007). Il luogo preciso della morte è stato identificato a Bondeno di Ròncore (oggi Bondanazzo, nel comune di Reggiolo). Da qui, per un sentiero tra i campi, il corpo fu trasferito a Polirone, monastero che più di tutti gli altri suoi possedimenti ecclesiastici Matilde amava.
L'abbazia di Polirone era stata fondata nell'anno 1007 dal nonno di Matilde, Tedaldo di Canossa, in una delle terre golenali del basso mantovano bonificate dai monaci: un'isola tra il Po e il Lirone (da qui il nome), luogo di pellegrinaggio e di culto dove, nel 1016, era morto l'eremita armeno san Simeone, le cui reliquie si conservano in una cappella dell'attuale chiesa abbaziale. Emblematico il luogo dunque, sorto in un'epoca in cui, passata la paura dell'anno Mille, un'abbondante fioritura di chiese e monasteri segnava, con la trama delle sue radici, la nascita della civiltà cristiana europea, come racconta il cronista medioevale Rodolfo il Glabro: "Agli inizi dell'anno mille l'Europa si coprì di un bianco manto di chiese". Emblematica la figura della comitissa Matilde, che ebbe un ruolo fondamentale nella lotta per le investiture in cui si fronteggiarono due poteri: Papato e Impero. Matilde lottò per la libertas Ecclesiae e - sotto di lei - il vasto regno dei Canossa, antica dinastia di origine longobarda, divenne per la sua posizione geografica (che si estendeva dal lago di Garda alla Toscana) un vero e proprio stato-cuscinetto tra l'impero germanico e lo stato pontificio.
Matilde - eletta regina d'Italia nel 1111 - non solo combatté per difendere i suoi confini e quelli dello stato della Chiesa, ma svolse anche una grande opera di mediazione tra papa Gregorio VII e Enrico IV, aiutata da Ugo di Cluny, abate del monastero borgognone sotto la cui protezione Matilde pose la sua abbazia nel 1077. In quello stesso anno Enrico IV aveva chiesto perdono al papa proprio nel suo castello di Canossa, per riprendere poi le ostilità una volta revocata la scomunica. In una delle miniature del codice vaticano De principibus Canusinis di Donizone (biografo e cantore di Matilde) la comitissa in trono, avvolta come una "papessa" in un mantello prezioso e incorniciata da un arco che assomiglia a un ciborio, riceve da Ugo di Cluny la benedizione e ne ricambia il gesto; ai loro piedi l'imperatore Enrico IV è inginocchiato umilmente, come un subalterno. Una scritta in latino esplicita: "Il re prega l'abate e supplica anche Matilde". E fa specie pensare che il miniaturista, dimenticando totalmente la figura di papa Gregorio VII, metta come immagine centrale proprio lei - la laica Matilde - a rappresentare la Chiesa..
L'iconografia di Matilde e la sua scarna biografia poco lasciano trapelare dei suoi sentimenti di donna: la posizione di prestigio che occupa dal punto di vista politico e religioso è tale da sottrarla a qualsiasi debolezza. Né deve meravigliarci tutto ciò perché nel basso medioevo - secondo il diritto germanico - la donna poteva accedere alle più alte cariche istituzionali. Dal frammentario, impersonale ritratto con copricapo regale che emerge dall'antico mosaico pavimentale della basilica di san Benedetto Po (XII secolo) all'inedito ritratto di Biagio Falcieri, pittore barocco di ambito veronese (XVII secolo) che viene esposto per la prima volta in Italia, la gran contessa, vestita di rosso e a capo scoperto, ripropone il suo profilo pungente ed enigmatico, che si rifà a modelli quattrocenteschi. Si fruga nell'iconografia di Matilde e nella sua biografia, si compongono e scompongono nei secoli le ragioni della sua fortuna, tuttora immutata.. Ma sfuggono quelle "ragioni del cuore" che ci si aspetterebbe alla fine uscissero allo scoperto nella vita di una donna.
Era bella questa donna che fu due volte infelicemente sposata e che - persa l'unica figlia a pochi giorni dal parto - si ritroverà sola a regnare? Parrebbe di sì, almeno a giudicare dall'affascinante copia del Parmigianino esposta a Mantova e che la ritrae di profilo, il volto chiuso tra le valve di un complicato copricapo a punta che sembra una conchiglia, fasciandole il mento e ombreggiandole il volto sensuale e fresco, il naso lungo e sottile, le labbra carnose. Con quello stesso copricapo a punta - e con le due bende sciolte ai lati del viso - la ritroviamo nei quadri storici dell'800 che raccontano l'episodio celebre di Canossa: è il 28 gennaio del 1007 e papa Gregorio XVII è seduto sul trono dei Canossa, mentre Matilde, in piedi e con le braccia tese, invita Enrico IV a inginocchiarsi e chiedere perdono.
Nella mostra mantovana il mondo rurale dell'epoca affiora dai reperti archeologici e dagli attrezzi agricoli che ci restituiscono l'immagine di un'epoca in cui l'alleanza tra nobiltà e monachesimo stava facendo risorgere il territorio italiano - dopo il periodo delle conquiste barbariche e prima dell'avvento dell'epoca comunale - a una nuova economia e socialità. Se a san Benedetto Po le mappe d'archivio esposte illustrano i lavori dei monaci per il controllo del grande fiume, i numerosi documenti esposti a Mantova di donazioni e privilegi a monasteri e pievi testimoniano la solidarietà di Matilde, che univa la sua lotta in armi a quella pacifica di promozione umana delle vaste terre ereditate, che risorgevano, per così dire, dal fango dei secoli precedenti.
Accanto ai manufatti poveri le scintillanti coperture in oro degli evangeliari e dei reliquiari, le croci gemmate, le coloratissime miniature, gli exultet pasquali - così come gli oggetti di corte (corone, mantelli, insegne imperiali) -
evidenziano il passaggio dall'arte ottoniana ai primi esempi di romanico. Da un documento sembra che Matilde abbia sponsorizzato anche, nella sua lungimiranza, la costruzione della cattedrale di Modena, con i suoi primi esempi di scultura romanica. In mostra a Mantova troviamo anche elementi scolpiti provenienti dalle chiese di Verona, Fidenza, Parma, Cremona, Brescia e Pavia, dove si estendeva il potere e la grazia di Matilde.